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Sopravvissuto alla strage di Viareggio, muore a 64 anni
Si è spento in ospedale Mario Orsi, nel disastro ferroviario del 2009 aveva perso la moglie e la figlia
VIAREGGIO. «Non ci fermeremo. Perché se respiro e vivo è per chiedere che chi non ha evitato quella strage adesso paghi». Parole che oggi fanno ancora più male, quelle di un’intervista rilasciata da Mario Orsi, padre e marito di due delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio, e sopravvissuto a quella notte di fuoco e sangue. Perché Mario, 64 anni, non c’è più. Nella notte tra giovedì e venerdì se n’è andato, dopo qualche ora nel reparto di urologia dell’ospedale Versilia e due giorni trascorsi nel Pronto soccorso della stessa struttura sanitaria.
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Impossibile dimenticare Mario sul palco dell’ultimo 29 giugno, e quelle sue poche parole per ricordare il 13 luglio di sette anni fa. Quando sua moglie, Roberta Calzoni, 54 anni, ha smesso di soffrire nel Centro grandi ustionati dell'ospedale Villa Scassi di Sampierdarena dove era ricoverata con il corpo bruciato per l’80%. Tre giorni prima era morta Sara Orsi, 24 anni, affidata alle cure degli stessi medici, il 70% del corpo ustionato e una gran voglia di quell’aria di Viareggio che le mancava tanto.
Mario, invece, si è salvato. Per uno di quei tanti casi che attraversano il disastro ferroviario di Viareggio. Quando l’inferno arrivato dai binari ha avvolto le case di via Ponchielli, Roberta è riuscita ad alzare il marito - all’epoca già ammalato di Sla - e posizionarlo sulla carrozzina. Quante volte Mario ha ripercorso con la mente quegli attimi: lui, ammalato e vivo, mentre la sua Sara, che aveva tutta la vita davanti, non c’era più e la famiglia era stata distrutta. I primi mesi, passati in una residenza sanitaria in attesa di trovare un’altra abitazione, sono stati drammatici. Anche se vicino ha sempre avuto la sorella Anna, a condividere con Mario tutto il peso di una tragedia che è anche questo, per tutti coloro che hanno perso qualcuno di caro: dover vivere nell’assenza di trentadue persone che si credevano al sicuro nelle proprie case.
A salvare Mario, nella casa distrutta dal fuoco e dagli scoppi del Gpl incendiato, è stata una porta. Cadendogli addosso lo ha incastrato, offrendogli protezione dal cammino delle fiamme che hanno seguito gli itinerari più impensabili mentre falciavano vite e cose.
I ricordi di quegli attimi in questi anni sono stati sempre gli stessi. Sara che grida «presto, correte fuori», l’urlo di Emanuela Menichetti, amica di Sara, Roberta che rientra nell’abitazione e dice «Mario, sono tutta bruciata». E poi il buio squarciato dal rosso del fuoco, dai pianti dei bambini, dalle grida di chi è scappato sui tetti, dalle sirene. Tante.
Sarà un ragazzo inglese che tirerà fuori di casa Mario e Roberta. Uno dei tanti eroi di quella notte di prima estate. Rimediata una scala, il giovane si prende Mario in braccio e tra una caduta e l’altra per lo sforzo riesce a far scavalcare a marito e moglie il muro dal retro dell’abitazione.
Sono stati momenti di disperazione vera, quelli venuti dopo. Disperazione cupa, che morde dentro. Eppure, data dopo data, in questi lunghi anni Orsi non ha mancato gli appuntamenti importanti nel corpo a corpo con la giustizia ingaggiato dai familiari delle vittime della strage riunite nell’associazione “Il mondo che vorrei”. Vederlo insieme a tutti gli altri, con le foto di moglie e figlia indossate sulla carrozzina, diceva a tutti che non era finita, che di strada da fare ce n’era, ma che i familiari di chi non c’era più non avrebbero mollato di un centimetro. «Mi importa solo che venga fatta giustizia. Avevamo chiesto un muretto lungo i binari e non ce l'hanno mai costruito, abbiamo raccolto novemila firme contro Mauro Moretti e Moretti è ancora alle Ferrovie (oggi è ad di Finmeccanica, ndr). Ma noi non ci fermeremo perché se respiro e vivo è per chiedere che chi non ha evitato quella strage adesso paghi», sono le parole consegnate al quotidiano “la Repubblica”, in una delle rare interviste rilasciate da Orsi.
Una giustizia lunga tre anni e più di processo, che Mario non vedrà, e che oggi anche per questo diventa ancor più indispensabile.
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Anna Orsi racconta, forte come sempre, le ultime ore del fratello che viveva da solo, assistito da una badante, nella stessa palazzina dove abitava la sorella, a Bicchio. «Martedì mattina ha avuto problemi ad urinare e l’abbiamo portato al Pronto soccorso del Versilia», dove l’iter è uguale per tutti: disabili e non finiscono nello stanzone comune che qualcuno ha soprannominato la “tonnara”.
«Mio fratello ha trascorso qui due giorni, per poi essere trasferito giovedì pomeriggio nel reparto di urologia. Il giorno dopo (ieri, ndr) avrebbero dovuto - così ci hanno spiegato dopo che è stato visitato anche dal nefrologo - inserirgli un ago per farlo urinare». Perché erano due giorni che non accadeva.
Le condizioni di Mario Orsi sono invece precipitate fino al decesso che neppure i medici - stando al racconto di Anna Orsi - avevano messo nel conto: «Ci hanno spiegato che Mario aveva un calcolo piuttosto grosso ad un rene. Non c’era, dunque, alcun segnale che la situazione fosse così grave», sono le parole della donna che al momento non intende aggiungere altro sulle ultime giornate di vita del fratello. Del quale, però, ci tiene a ricordare: «Mario non poteva camminare, ma per il resto faceva una vita normale».
E rimane questo uno dei nodi del Pronto soccorso del Versilia che - in base alle vicende vissute e raccontate - non sembra disporre di un percorso dedicato alle persone con disabilità importanti.
Oggi alle 15 nella chiesetta di Bicchio parenti e amici daranno l’ultimo saluto a Mario Orsi, un pezzo di storia della ferita di un’intera città che ancora attende le risposte alle domande “perché” e “chi”.
Non mancheranno di salutarlo i familiari delle vittime della strage che insieme a lui hanno macinato tanta strada. Non mancherà di aleggiare la sua presenza in aula, alla ripresa del processo martedì prossimo. Un legale degli imputati di Ferrovie - in una delle ultime udienza - ha voluto ricordare come la presenza dei familiari nel processo si sia assottigliata. La morte di Mario Orsi fa affermare, senza paura di essere in errore, che quell’aula del Polo fieristico di Lucca è invece affollata. Dei volti delle vittime, dei cuori di chi li ha conosciuti, della forza di una città per sette anni non ha mancato di sfilare in strada ad ogni anniversario.
«Se non fosse accaduto a Viareggio sarebbe stato diverso», è stato il commento a margine di un’udienza di uno degli avvocati degli imputati di Fs. Forse no. Ma l’immagine di Mario sul palco del 29 giugno con la sua carrozzina, davanti al microfono a ricordare le sue donne, dice per sempre che Viareggio c’è.
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