Il Tirreno

Versilia

Un chilometro di sogni dalla stazione a piazza Mazzini

di MATTEO TUCCINI
Un chilometro di sogni dalla stazione a piazza Mazzini

È il tratto del viaggio che più emoziona i non viareggini A cui manca il mare. Tanto da svenarsi per poterlo rivedere

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di MATTEO TUCCINI

Dalla stazione a piazza Mazzini c’era un chilometro lunghissimo, fatto di sogni e di promesse. Chi ne aveva già fatti quaranta, cinquanta, sessanta, in treno o in auto, sapeva che era quello il pezzo più importante. E l’ultimo chilometro, l’ultimo miglio, lo faceva spesso a piedi. Per gustarselo. Soprattutto i ragazzi, con la schiena resa sudata e appiccicosa dallo zaino in spalla, con il caldo che picchiava sui capelli. Passandosi il pallone assieme agli insulti reciproci. E guardando le ragazze, sapendo che più probabilmente a fine giornata ci si sarebbe dovuti rivolgere alle pizzerie a taglio. Poi arrivava piazza Mazzini. Bellissima e assolata, senza ombrelloni. Lo zaino e i giacchetti facevano da porta. Si stava sulla sabbia e si giocava a calcio. Oppure si cercava di capire se quella là stava guardando. Il numero di telefono? E chiediglielo, dai.

Viareggio una volta era il paese delle meraviglie, per tutti quelli che non sono . nati vì. Difficile dire se lo sia ancora, pensando ai ragazzi di oggi. Che forse non la frequentano più come prima. Ma le generazioni passate, figurarsi. Viareggio era la New York degli anni Sessanta e Settanta, il divertimento notturno. Negli anni Ottanta e Novanta questa città e la Versilia richiamavano ancora masse di giovani, grazie alle discoteche che cambiavano gestione, nome e che diventavano di moda una dietro l’altra. L’estate si faceva in tenda in campeggio, ci si appartava e si rischiava grosso, perché i guardoni erano in agguato. Si ironizzava su chi ti raccontava la sconcezza peggiore. Ma magari ne valeva la pena. Questa terra, in fondo, era la promessa di una passione fugace e intensa, se non proibita quando si intravedeva il monte Quiesa.

La movida è cambiata, la città è peggiorata. Ma resta forte il sentimiento, come dicono gli spagnoli. I viareggini dicono di amare la città profondamente. Certamente è così. Per chi ci è nato e cresciuto, questa città è la moglie, di cui si dice peste e corna. Però separarsene è difficile, e tutto sommato una migliore è difficile da trovare. Invece chi arriva da fuori, lo “straniero”, si comporta come un pazzo. Non a caso i viareggini lo trattano un po’ da scemo. Il fatto è che per lui Viareggio è l’amante. Un desiderio continuo, che non appaghi mai. E che costa. Per passare le vacanze qui, per comprarci casa, pisani, fiorentini, pratesi (i lucchesi un po’ meno, per ovvi motivi), ma anche i non toscani, fanno ancora sacrifici a prima vista incomprensibili. Perché alcuni lati di Viareggio, oggi, sono brutti. E non sembrano meritare tanta passione. Eppure si continua a sognare il mare, quando non si è qui. Si continua a desiderare il tramonto visto da piazza Mazzini. Quei colori che ti entrano nel cuore.

Poi ci sono gli “immigrati”, quelli che decidono che è arrivato il momento di lasciare la moglie e sposare l’amante. Si trapiantano a Viareggio, convinti che passeranno solo giorni favolosi. E che risparmieranno tempo e soldi. La delusione li coglierà inevitabilmente. Ma c’è un momento di cui non potranno mai pentirsi. Quello in cui i figli - loro sì nati vì - si lanciano negli spazi immensi di piazza Mazzini, la terrazza da cui guardano la loro vita che comincia. Si mettono a giocare a palla, si ritrovano con gli altri bambini. Come fanno tutti i viareggini da sempre. Inciampano sulle mattonelle sconnesse - che rabbia - ma poi si rialzano, «Papà non mi sono fatto niente». Familiarizzano con la statua di Burlamacco sul Belvedere e con il pennone, per loro una specie di miracolo. Passano il confine immaginario che li porta verso la sabbia e il mare. Lì diventano tutt’uno con questa città. E nei loro confronti sorge spontanea un po’ d’invidia. Loro quel chilometro, quello tra la stazione e piazza Mazzini, non lo faranno mai. Non ne hanno bisogno. Perché sono già lì.

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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