Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio

Strage di Viareggio. Fs: non condannate degli innocenti

di Donatella Francesconi
L’avvocato Armando D’Apote (a destra) nella gabbia dove è conservata la cisterna insieme all’ispettore della Polfer, Angelo Laurino (foto d’archivio)
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L’avvocato Armando D’Apote (a destra) nella gabbia dove è conservata la cisterna insieme all’ispettore della Polfer, Angelo Laurino (foto d’archivio)

Alla ripresa delle udienze la parola ad Armando D’Apote, difensore di Ferrovie e dell’ex ad Moretti

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VIAREGGIO. Volata finale per il processo al disastro ferroviario del 29 giugno a Viareggio, trentadue morti e tre anni di udienze, con i familiari delle vittime che oggi pomeriggio saranno alla Camera dei deputati per la proiezione del cortometraggio “Ovunque proteggi” in un’iniziativa organizzata dalla vice presidente della commissione trasporti, Deborah Bergamini. Un appuntamento ancor più fondamentale dopo aver ascoltato ieri in aula le parole di Armando D’Apote, difensore di Ferrovie e dell’ex amministratore delegato Mauro Moretti.

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I sostituti Procuratori di Lucca, Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino, «hanno intravisto il pericolo di sembrare meno abili se scoprivano degli innocenti», sono state le parole di Armando D’Apote che ieri è intervenuto in aula per Ferrovie in relazione alla responsabilità civile. Ai pubblici ministeri D’Apote imputa una «gestione abnorme dell'accusa», ma anche di aver «perseguito un obiettivo difficile da perseguire: chiedere la condanna di innocenti significa perseguire conclusioni difficili». L’avvocato di Ferrovie dello Stato italiane - che vedono imputati oltre all’ex ad del Gruppo Moretti anche Michele Mario Elia e Vincenzo Soprano che ricoprivano lo stesso ruolo in Rfi e Trenitalia - non ha risparmiato i toni anche sulla vicenda dell’incidente probatorio «che ha visto un giudice esprimersi» e si è spinto oltre con un riferimento non spiegato al fatto che «ci sono state altre vicende collaterali che hanno inquinato questo processo. Questioni definite da giudici di Lucca che per questo hanno subito qualche angheria».

[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.14148085:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2016/09/24/news/le-zie-di-ilaria-e-michela-hanno-rifiutato-ogni-offerta-1.14148085]]Un quadro torbido, dunque, quello sul quale punta il dito D’Apote che da sempre è avvocato di Mauro Moretti e da sempre sostiene la filosofia aziendale dell’ingegnere suo cliente: «Ho sentito trattare un gruppo che è stato portato ai vertici mondiali come se fosse una sorta di associazione di squinternati, cialtroni, di ferrovieri da salotto, da operetta». Nel tentativo di «perseguire un obiettivo irraggiungibile: offuscare un uomo, quello che ha portato a quei risultati di eccellenza perché ha saputo dare apporto nuovo di modernità, efficienza e soprattutto di coesione entusiasta e mai nessuno era riuscito a farlo prima. Offuscarlo per raggiungere un obiettivo irraggiungibile: condannare degli innocenti».

Il racconto multimediale della strage

A tre anni dall’inizio del dibattimento, dopo aver ascoltato i difensori degli imputati, c’è un’unica certezza: non è colpa di nessuno. Non lo è della frattura nell’acciaio dell’assile perché - è la linea portata in aula dal gruppo di legali degli imputati tedeschi - se anche c’era la cricca era di un tipo mai visto e dunque non prevedibile; non lo è di chi ha controllato visivamente l’assile a Mantova («l’officina Cima ha sicuramente fatto quello che doveva» hanno detto ieri i difensori dello studio Giarda); e neppure di Fs e delle sue imprese.

 

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