Il presidio
L’incidente e il lavoro perso: «Era meglio se morivo»
Viareggio: dopo la caduta in moto quasi tre mesi in coma, poi le operazioni. Impossibile tornare a fare il muratore. «Per quelli come me sembra non ci sia soluzione»
VIAREGGIO. La sua vita non è più la stessa da quando il 6 giugno del 2015 Emanuele Gatti, soprannominato “Spigolo”, è rimasto coinvolto in un grave incidente stradale. Le conseguenze di quella caduta dalla moto, la sua passione, gli hanno fatto perdere il lavoro. E così si ritrova a pensare, come successo anche negli ultimi giorni, che «forse era meglio se morivo per non soffrire adesso». Una frase dirompente affidata alla sua pagina Facebook nei giorni scorsi.
Il soprannome di “Spigolo” Emanuele, 51 anni di Torre del Lago, glielo affibbiò Maria Luisa Carmazzi, la “Pulce” per gli amici motociclisti: una delle 32 vittime della strage ferroviaria del 29 giugno 2009, insieme al marito Andrea Falorni, “Scarburato”. Entrambi appartenevano, come Emanuele, al gruppo dei motociclisti delle Tartarughe Lente, che tramite uno dei suoi personaggi più attivi, Giuliano Bandoni, ora lancia l’sos per Emanuele: «Abbiamo informato anche il commissario prefettizio, Fabrizio Stelo - dice Bandoni - uno dei rappresentanti dei motociclisti, noi non lo lasceremo solo».
Emanuele Gatti, ha lavorato come muratore con la ditta Etruria per un certo periodo, poi con l’impresa edile Palla. «Purtroppo dopo che ho avuto l’incidente non ho lavorato, perché le mie condizioni non me lo consentono, non posso fare sforzi, i titolari della ditta dove lavoravo mi avevano detto che avrebbero trovato una soluzione nel limite del possibile, ma per adesso non è avvenuto, anche se ci spero sempre. Mi auguro di riuscire a rimediare a questa grave situazione in cui mi sono trovato».
Impossibile, per lui, ricorrere ad assegni di invalidità o aiuti di questo tipo. «Non ho avuto una invalidità totale, solo del 50%, che non mi consente di avere una pensione - spiega Gatti - Per alcuni mesi ho avuto la disoccupazione, però adesso non ho nessuna entrata, sono stato anche al patronato Inac per verificare se ci sia la possibilità di avere una invalidità civile e se poter avere l'anticipo della pensione. Ho circa 26-27 anni di contributi, perché fino a quel sabato pomeriggio in cui sono caduto con la moto poco prima della galleria del Cipollaio sulla strada di Arni, avevo sempre lavorato».
«In questo momento - continua il racconto di Emanule- mi sento abbandonato e solo contro questo mondo e soprattutto nella mia città dove sono nato. In seguito all'incidente sono stato a lungo in ospedale, fino al primo agosto, dal 6 giugno in cui caddi con la moto: un periodo lungo in cui sono stato in coma famacologico, ho avuto fratture alla spalla e alle braccia, oltre a un trauma toracico e cranico, emorragia polmonare. Poi sono stato operato alla spalla e all'avambraccio. Purtroppo dopo queste vicissitudini la mia vita è cambiata. Sono anche divorziato e devo provvedere ai miei due figli, si complicano così ancora di più le cose. Non chiedo nulla di importante, solo di poter lavorare, anche se non posso fare determinati sforzi. Sono pronto a fare qualsiasi cosa, pur di riuscire a rimediare quello che mi permette di vivere decorosamente senza dover aspettare la solidarietà di qualcuno. Non mi vedo in questa situazione, tanto che quel giorno sarebbe stato meglio forse se andava in un altro modo, almeno avrei evitato di trovarmi così. Dopo che ho lavorato sempre pagando le tasse regolarmente, speravo che lo Stato, per gente come me, potesse trovare una soluzione, ed invece nulla di tutto questo».
Quella di Emanuele Gatti è la storia di un uomo che si è sempre dato da fare, con dignità. «Spigolo insieme a noi ha contribuito in tutte le iniziative rivolte anche a sostenere chi si trova in difficoltà - aggiunge Bandoni - Adesso è lui che ha bisogno di essere aiutato, noi non lo lasceremo da solo, ho scritto una lettera anche al Commissario Prefettizio, Fabrizio Stelo, che si è dimostrato sensibile verso la nostra associazione e verso la tragedia della strage ferroviaria del 29 giugno 2009, confidiamo anche in suo aiuto per Emanuele. L’incidente è avvenuto non sul luogo di lavoro, ma nel suo giorno libero. La caduta lo ha portato purtroppo in rianimazione, faccia a faccia con la morte. Per miracolo e per le cure ricevute è riuscito a sopravvivere con diverse problematiche. Per un po' è stato assistito dal servizio sanitario, poi purtroppo è stato completamente abbandonato fisicamente moralmente ed economicamente. Oggi sembrerebbe che Emanuele non sia più un figlio dello Stato, dove fino a ieri aveva pagato le tasse regolarmente, ma un figlio di nessuno, ridotto a dover dire “era meglio se morivo”. Mi sembra grave tutto questo, noi saremo al suo fianco e speriamo che ci siano anche altre persone, perchè nella vita se capitano disgrazie come le sue ci deve essere il modo di poter ricevere degli aiuti, senza dover mendicare un sostegno che dovrebbe essere invece assicurato a chi rimane invalido, anche se riconosciuto solo al 50%, ma che impedisce di svolgere determinate attività lavorative».
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