Il presidio
L’artista da riscoprire
La parabola di Arturo Dazzi: dalle stelle al silenzio
di ADOLFO LIPPI
Molto poco si è indagato e si indaga, per questioni ideologiche, sull’arte italiana tra le due guerre. Mentre tanta attenzione s’è data alla pittura e alla scultura del primo Novecento (basti pensare alle fortune dei macchiaioli) e si sono stampati volumoni e fatte risse sulle vicende degli anni Cinquanta (avanguardia, transavanguardia, informali), vi è un lungo periodo ancora in tanta parte inesplorato ed è quello segnato dal regime fascista. Sicché un artista come Arturo Dazzi, carrarino di Forte dei Marmi, può sembrare ancora inedito tanto la sua attività si espresse con efficacia e successi tra gli anni Venti e Quaranta, in parallelo con le affermazioni mussoliniane (di cui fu estimatore e schiera).
Adesso a Roma (si proprio oggi al Casino dei Principi di Villa Torlonia), Dazzi, grazie alla Fondazione Villa Bertelli e al Comune di Forte dei Marmi, a cura di Anna Vittoria Laghi, verrà ampiamente documentato (si esporranno 60 opere) e celebrato a cinquant’anni dalla morte avvenuta a Pisa. È questa un’occasione buonissima per valutare appieno l’opera di un maestro (fu anche Accademico d’Italia) che vantò un’adesione entusiasta al neo-classicismo, che fu autore della stele Marconi all’Eur, fece regia di statue al Foro Italico e creò per Brescia il celeberrimo statuone “Il Bigio” tutto nudo e marcatissimo di forme virili, oggi vantato come icona gay e nascosto per pruderie in un magazzino comunale.
Dazzi iniziò prestissimo a Carrara (era nato nel 1881 come William Dazzi). Già a undici anni, benché di famiglia poverissima (e abbandonato dal padre scappato negli Stati Uniti d’America), entrò all’Accademia di Belle Arti e, davvero bravo, vinse nel 1901 un pensionato a Roma dove ottenne subito riconoscimenti e premi con lavori improntati al realismo sociale.
In quegli anni viene iniziato alla Massoneria nella loggia “Fantiscritti” di Carrara. Il suo era uno stile infiammato e patriottico. Guardava al fiorentino Lorenzo Bartolini (1777-1850) che a Parigi aveva frequentato David e Ingres, guardava al francese Bourdelle dal forte gusto monumentale e idealistico. Così s’avviò in quella strada e lasciata da parte la figura carezzata, intimista, leggera, Dazzi si gettò con passione verso la committenza pubblica che in quegli anni richiedeva statuaria eroica e richiami risorgimentali.
Il suo primo importante intervento fu per l’altare della Patria. Fece un fregio con omaggio a Garibaldi, vinse il premio ma non realizzò il bassorilievo. Però gli valse l’attenzione di un critico come Ugo Ojetti e subito dopo una sua opera, il gruppo “I costruttori”, fu acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte moderna. Fino al primo dopoguerra fu poi un continuo succedersi di affermazioni: a Napoli a Palazzo Filangeri, a Venezia ai giardini del Castello (espose un Cristo fortemente verista), a Firenze, a Roma (mostra delle Secessione), a San Francisco in California (dove il sindaco di Roma Nathan fu accusato di avere scelto artisti molto massoni).
Dazzi, quando scoppiò la prima guerra mondiale era così, benché assai giovane e appena sposato con Italia Scopsi, un talento riconosciuto, apprezzato. E s’accorsero di lui, nientemeno, l’architetto e urbanista Marcello Piacentini e il pittore, critico d’arte eppoi deputato, Efisio Oppo, che con Dazzi fecero sodalizio, portandolo alle stelle.
Qui inizia, in trio, l’avventura fascista. Piacentini diviene l’archistar del regime (suo il grattacielo di Genova, l’arco di trionfo di Genova, la piazza a Brescia, poi l’Eur a Roma). Oppo, che diviene il consulente artistico di Mussolini, creò la quadriennale di Roma e divenne il deus ex machina della Biennale Veneziana. Dazzi venne quindi gratificato con sculture in ogni progetto di Piacentini (ad esempio le statue alla casa del mutilato in Roma) e in ogni istituzione guidata da Oppo. Che erano tante, direi tutte.
Era davvero fortissimo Efisio Oppo. Basti pensare che si scontrò con Margherita Sarfatti che a Milano aveva inventato la corrente artistica “Novecento” (vi erano Sironi e Morandi). La Sarfatti era l’amante del duce ed aveva un potere enorme. Ebbene Oppo era stato fascista della prima ora, riuscì a tenerla a bada. E Mussolini scelse lui tant’è che lo fece deputato e da quella tribuna diresse, con veementi orazioni, l’arte romana. Umiliando la Sarfatti (che dopo, essendo ebrea, venne addirittura abbandonata), Dazzi, grazie ad Oppo, fu allora uno scultora privilegiato. Aizzò l’obelisco al Duce al Foro Mussolini, realizzò “il Bigio”, uno statuone michelangiolesco dotato, per la fontana di Piacentini a Brescia, venne esposto in ogni dove si declamò l’arte fascista da Parigi a Londra, da Buenos Aires a New York, da Berlino a Barcellona. Furono, per Dazzi, anni davvero dorati che gli valsero anche, con Piacentini, il riconoscimento di accademico d’Italia. Ciò che a lui, tuttavia premeva, era poter insegnare. E gli fu allora affidata anche la cattedra all’accademia di Carrara, dove tornò glorificato e benemerito.
Ma il regime cadde nella sciagura della guerra. Dazzi, spaventatissimo, temendo conseguenze si ritirò ad Orbetello. Oppo, che aveva perfino aderito alla Repubblica Sociale, rischiò la fucilazione da parte dei partigiani a Venezia. Lo salvò Mirko Basaldella, un pittore poi celeberrimo, ch’era capo di una brigata Garibaldi.
Furono anni duri, questo ultimo dopo-guerra. Arturo Dazzi, ormai allontanato dai monumenti, riscoprì quindi la pittura. Già, con i disegni e scarsi lavori, l’aveva tentata alle Bienali veneziane. E non era affatto piaciuto a Roberto Longhi (poco anche a Carrà che di Dazzi era amico e coabitante del Forte dei Marmi).
Apparvero di Dazzi molti paesaggi versiliesi (con un po’ di Courbet e un po’ di Soffici), qualche nudo femmineo assai colorato e vivace, bellissimi buoi al pascolo. Però il mestiere era altro. Dazzi era scultore nel midollo e pochi sono gli artisti ai quali è riuscito spiccare e nell’uno e nell’altro mestiere. Così Dazzi riprese ciò che aveva incompiuto, l’obelisco a Marconi da sistemare in piazza all’Eur. I nuovi governanti passarono sopra al suo “antico” fascismo. E gli dettero la committenza di ultimare quello che sarebbe divenuto il suo “canto” del cigno, canto mirabile poiché la stele Marconi (inaugurata nel ’57) è riconosciuta un assieme scultoreo davvero superbo costato ventidue anni di duro lavoro (l’obelisco è alto 45 metri ed è istoriato da 92 altorilievi).
Stavolta l’arte di Dazzi piacque anche a Carrà. Dazzi morì a Pisa nel 1966, quasi dimenticato. Fabio Benzi che ha scritto e pubblicato un aggiornatissimo “Arte in Italia tra le due guerre” (Bollati – Boringhieri editore) non lo cita. Pur dedicando pagine e pagine ad Oppo e Piacentini.
Certo è che il “cavallino” di Dazzi esposto a Venezia resta di sicuro nella memoria. Quando, lasciato il monumentalismo, Dazzi “narratore” di animali miseri e graziosi fu poeta leggero di una Versilia edenica. Piace rammentarlo anche in questo, perché tanto incanto di natura in alcuni suoi struggenti lavori c’è. E persuade ancora.
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