Il Tirreno

Versilia

Quando Palazzo delle Muse era un (contestato) ospizio

di PAOLO FORNACIARI

Il 14 ottobre 1861 fu posata la prima pietra di uno degli edifici simbolo della città Poi i residenti fecero una petizione perché infastiditi dalla presenza dei “gobbini”

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di PAOLO FORNACIARI

La realizzazione dell'Ospizio Marino, più noto come Palazzo delle Muse - perché i fondi necessari furono ricavati «dall'opera e dai doni dei coltivatori delle arti belle, come architetti, pittori, scultori, musicanti, poeti lirici, poeti drammatici, illustri prosatori» - fu dovuta ad un comitato fiorentino, promosso dal dottor Giuseppe Barellai, per consentire le cure marine ai bambini indigenti affetti da una grave forma tubercolare, la "scrofolosi". Questa nefasta malattia trovava benefici dall'esposizione all’aria e ai bagni di mare, di cui proprio in quegli anni, grazie agli studi del medico lucchese Giuseppe Giannelli, si stavano riconoscendo le proprietà terapeutiche.

Il 14 ottobre 1861, alla presenza dei principi Umberto e Amedeo di Savoia, fu posta la prima pietra dell'Ospizio marino che fu intitolato a Vittorio Emanuele II. La realizzazione dell'edificio si deve a due illustri progettisti fiorentini. Iniziò i lavori l'ingegner Augusto Casamorata, che firmò un progetto dell’imponente opera architettonica. A lui subentrò l'architetto Giuseppe Poggi - famoso per la realizzazione di interventi per l'ingrandimento di Firenze, quali il viale dei Colli, la Loggia e il Piazzale Michelangelo - che modificò in parte il progetto originario e ultimò la costruzione il 29 maggio 1869. Tre anni dopo, l'Ospizio fu riconosciuto “Opera Pia” e, nel 1893, fu ampliato con l'edificazione di un'ala, dal lato della pineta, eseguita dal capomastro viareggino Raffaello Morescalchi su disegno dell'ingegner Eugenio Del Prete.

Il “Palazzo delle Muse” ebbe una ricettività di 500 posti letto e, fino al 1912, funzionò soltanto durante i mesi estivi. Poi fu trasformato in Colonia permanente, con una sola parentesi negli anni della guerra 1915-18, quando l’Ospizio fu adibito ad Ospedale Militare. Il Palazzo, quando fu costruito, risultava isolato dal contesto urbano cittadino, poi con l'espansione edilizia che interessò Viareggio a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, venne a trovarsi sempre più inserito in un'area fortemente interessata da interventi di “valorizzazione” del territorio. Allora la presenza dell'Ospizio, con la sua tragica realtà di sofferenza e di dolore, fu mal tollerata dalla colonia dei villeggianti che affollava gli alberghi e gli stabilimenti balneari viareggini. Già nel maggio 1878, il sindaco Odoardo Arrighi, facendo presente che «il prolungamento del viale Ugo Foscolo al di là del Palazzo, ha fatto sì che la località circostante sarà quest'anno e negli anni successivi molto frequentata», invitava la direzione dell'Ospizio ad adottare tutti gli accorgimenti per evitare ogni «deprecabile inconveniente», che, evidentemente, si riteneva legato al. la presenza del nosocomio.

«Inconvenienti», che non tardarono a manifestarsi, come è testimoniato dalla lettera di alcuni proprietari di abitazioni ubicate nelle vicinanze del Palazzo. Una petizione rivolta al sindaco che è un documento di egoismo e di intolleranza nei confronti della sofferenza di misere creature quali erano i piccoli malati dell'Ospizio, i “gobbini” come venivano, con insensibilità, chiamati. «E’ uso delle famiglie che vengono a Viareggio per le bagnature di stare e lasciare i loro bambini a respirare l'aria marina sull'ingresso delle rispettive case. Di questo vantaggio però non possono goderne le famiglie delle case situate in via Mazzini, perché le numerose gite di ragazzi rachitici, scrofolosi ed affetti da sfoghi e malattie, che possono ritenersi sospette di contagio, e destare un senso di schifo e di ribrezzo, passando varie volte al giorno sul lastrico di coteste case, e spesso anche facendovi sosta per aspettare quelli che restano indietro, impediscono ai proprietari ed ai bagnanti il libero passo dalle loro case, ed i loro bambini sono esposti al contatto di questi disgraziati con danno manifesto della loro salute. I sottoscritti si rivolgono alla Signoria Vostra affinché voglia provvedere sollecitamente, e se non sarà possibile ottenere dalla Direzione dell'Ospizio che i loro malati passino direttamente dalla piazza, ottenere almeno che il loro passaggio sia sulla pubblica via e non sul marciapiede al contatto delle case».

La brutalità della richiesta non indignò il sindaco di Viareggio, che perorò la “giusta” causa presso l'Ospizio con una lettera dello stesso tono: «Nell'interesse del paese che ho l'onore di amministrare, vi prego vivamente di disporre che i bambini dell'Ospizio frequentino il meno possibile le vie principali della città, si astengano dal passeggiare sui marciapiedi, e poi non frequentino i passeggi pubblici».

Non sappiamo se i disgraziati “gobbini” da allora in poi abbiano attraversato Viareggio camminando speditamente nel centro delle sue spaziose strade, abbandonando al suo triste destino chi rimaneva indietro, ma anche se lo fecero questo non bastò a far sopportare la scomoda presenza dell'Ospizio, che se ne richiedeva con forza l'allontanamento dal centro della città.

«E' ora di finirla», tuonava il settimanale “Gazzetta della Riviera” del 2 aprile 1916 mettendo in versi la propria protesta: «Un Comune che fosse rispettoso dell'igiene e del bello direbbe all'Ospizio, tu va via, ti pago un tanto ma la piazza è mia. E che ne dice il capitan del porto che il bagno delle scrofole permette? Studiando le correnti non s'è accorto che il mare trasporta le bambagie infette? Ma se vuol tollerar quella bambagia cambi l'acqua del mare in acqua ragia».

Fu una lunga ed estenuante battaglia, ma alla fine la città ebbe la meglio e, dal 1936, i giovani malati non frequentarono più l'arenile davanti all'Ospizio, ma fu loro concessa una porzione di spiaggia nella zona di Levante. Comunque questa situazione non durò a lungo e, nel 1938, il Comune acquistò il Palazzo delle Muse. Nel maggio dell'anno dopo la colonia marina fu trasferita in un moderno edificio ospedaliero al Cinquale, intitolato al suo fondatore Giuseppe Barellai.

Nel 1848, quando il Granduca di Toscana, cedette gratuitamente il terreno per la realizzazione dell’Ospizio marino di Firenze, volle che il Palazzo avesse libera la vista del mare. Questa servitù determinò la formazione della piazza Principe Amedeo, oggi piazza Mazzini, che per molti anni non fu altro che uno spazio aperto. Per questo nel 1915, il Comune chiese all’ Opera degli Ospizi la possibilità di sistemare a giardino la piazza, poi un anno dopo decise di avviare le pratiche per espropriare la servitù di prospetto a favore dell’Ospizio per costruire nella piazza un teatro visto che «Viareggio non ha un teatro degno che valga ad accrescere le attrattive della città».

Poi fra i progetti che interessarono la piazza, ricordiamo nel 1931, l’idea d’innalzare sulla spiaggia due Fasci Littori dell’altezza di 5 metri e nel 1932 di collocare nella piazza un monumento ai Caduti del Mare con annessi locali ad uso negozi. Infine si giunse al progetto di sistemazione della piazza studiato dall'architetto fiorentino Raffaello Brizzi in collaborazione con l'ing. Alfredo Belluomini, che prevedeva al centro la realizzazione di una fontana "spettacolare". Della realizzazione dei magici giochi d'acqua e di luce, che costituivano gli effetti speciali della fontana, fu incaricato l'ing. Giuseppe Carignani, che vantava una fama pari a quella "di Iacopozzi, detto il Mago della luce". La fontana fu inaugurata il 28 ottobre 1933, ma per la messa a punto dell'ingegnoso meccanismo furono necessarie numerose prove. La prima fu fatta il 30 agosto e destò meraviglia negli spettatori.

Oggi, guardando la fontana è difficile immaginare lo spettacolo che allora colpì il folto pubblico. Come funzionavano gli "effetti luminosi": il getto d’acqua centrale, contornato da cinque getti, era illuminato da quattro fari stagni, ognuno dei quali conteneva quattro riflettori parabolici, una lampada da 1500 candele e infine un vetro adatto a resistere al calore. Il cambiamento di colore dei giochi d’acqua era regolato da un dispositivo automatico che mentre aumentava la tensione su un gruppo di fari di egual colore, la diminuiva sull'altro gruppo, e la variazione dei colori era garantita dalle lampade, che si accendevano e si spengevano, dando luogo ad una "sinfonia" di luci multicromatiche.

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