Italia
L’incanto doppio di Girolamo Ciulla a Forte dei Marmi
All’Hotel Byron e a Villa Bertelli due grandi eventi officiati da Daverio: “Milestone” e “Metamorfosi e Magia”
di ADOLFO LIPPI
Momento di fortuna per Girolamo Ciulla, scultore siciliano che vive eternamente a Pietrasanta. Due mostre, suggestive, ammirevoli, gli dedica in questi giorni la Versilia: la prima (fino al 4 settembre), a villa Bertelli a Forte dei Marmi curata con spiccata competenza da Alessandra Belluomini Pucci che dirige la Gamc a Viareggio; la seconda avviene all’hotel Byron di Forte (fino al 30 luglio) accolta con passione da Salvatore Madonna e curata da Susanna Orlando dell’omonima galleria di Pietrasanta. Le due mostre sono eventi. Le ha infervorate un pubblico numeroso e attentissimo. Le ha officiate Philippe Daverio che qui è presidente di giuria al titolato Premio Henraux.
Quale il significato e l’occasione che propizia l’opera di Ciulla? Ciulla, da sempre, è un fedele testimone di un incanto: l’incontro tra un artista che proviene dal mondo contadino e l’inesauribile tesoro della Magna Grecia ricco di simboli, sogni, allegorie, richiami, affabulazioni. Vederlo lavorare nel suo studio pietrasantino, contargli le rughe sulla fronte abbronzata, col discendere di gocce di sudore sulla barba tenuta corta, è lo spettacolo di un artigianato puro che sapora di alchimie. Poiché Ciulla, pur vivendo il tempo nostro, pur trasmutando un travertino di cave esistenti adesso, porta giù dal cielo le ali di Icaro o le stupefacenti novelle dell’asino d’oro di Apuleio. Così in un lampo, e la bellissima messinscena di villa Bertelli asseconda l’opera, si è trascinati nei millenni quando l’uomo odorava di latte di capra, gli insetti volteggiavano nei campi di grano dorato, troneggiava Cerere la dea delle messi e le genti aggruppate in case bianche di calce si tramandavano ai fuochi, con frasi lente e pesanti, storie di dei, di demoni, di tragedie regali (alle quali attinse anche Pasolini in Medea); ove tanto era possibile, così le metamorfosi: uomini che divenivano bestie, fanciulle che per sfuggire ad polio diventavano alberi, vecchi che si libravano in volo come i gabbiani.
Nel frastuono della modernità, in una Versilia dove ambiente e paesaggio hanno dimenticato e in buona parte distrutto l’aura edenica del giardino incantato dai pini e dal mirto, non fa male allora incontrare Ciulla. Le sue fragili rievocazioni di volti perduti, di civette millantatrici, di caproni turgidi, di scimmie sensuali e giocose, ci portano, abolendo le distanze e il tempo incolmabile, alla lontana civiltà dove con religione civile sorsero il pensiero, la democrazia, le leggi, la poesia in conciliazione tra uomo e mondo, tra strutture e natura, tra organizzazione e mistica. Altri da queste parti (leggi Mitoraj) hanno benissimo decantato l'eroicità sublime del passato (omerico e non). In Ciulla, tuttavia, si ha la sensazione che il prodotto (pur mostrato nella hall di un albergo vertiginoso, il Byron) non sia fatto per teatro, per piacere e affascinare nel decadere di figure spezzate. Le opere di Ciulla, teste, obelischi, modelli di templi, creano il clima dove assapori formaggi di Polifemo, agnelli da età dell'oro, vini di Rodi, squisiti, e canti sulla cetra per Atena che tutto presiede, mentre sfrecciano le auto sul viale Morin e i bagnanti si danno al mare sedotti non da Calipso ma dai viaggi delle apocalittiche crociere.
Dice Ciulla: «Anche negli infuocati passaggi dell'Expò di Milano le mie sculture hanno testimoniato, colonne e stiacciati, una memoria». Che non «sopravvive» (ben lo scrive Valerio Deho nella presentazione al catalogo dl Byron) ma vuole vivere e vive. Sicché Ciulla presente con sculture a Caltanissetta come a Seoul (Corea), Assuan (Egitto), Malindi (Kenia) è come un inno a cantare in cento corti e vi tesse teogonie e limpidi giochi d'incanto (dei thelktéria) come se i suoi robusti coccodrilli o gli umili asini fossero essi stessi muse perenni atti a sconfiggere quello che Plutarco vaticinò: «di ciò che è stato, niente più rimane». Orrore! Orrore! Entrando nei saloni di Villa Bertelli (ben acconciati di luci giuste e ben puntate) ciò che è stato invece è, grazie a Ciulla; e fa pensare, meditare, incanta e diffonde armonia, insomma si è trascinati, come l'asino di Apuleio al quale le mostre sono dedicate, in Argo, Micene, Agrigento, Selinunte, Tindari, tra architetture leggere, pietre sacre, svolazzi di api, una pace perenne che sembrò e sembra illusione. Ma l'arte quando è energia benefica la rende, quella pace, più che momentanea epifania uno stato proficuo di grazia. Da spendere subito.
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