Italia
Il maestro dell’arte che plasma i sogni con la cartapesta
Da carpentiere a collaboratore scenografo di Federico Fellini: i novant’anni di successi di Arnaldo Galli, il decano dei carristi del Carnevale di Viareggio
VIAREGGIO. Encomiabile l’esistenza di Arnaldo Galli, novant’anni compiuti, trascorsi da aiuto maestro d’ascia a collaboratore scenografo di Federico Fellini, dalle tremende privazioni della giovinezza povera a costruttore di carri meravigliosi e vincenti, dallo sgambettare sui carretti dell’Amelia in via 4 Novembre a progettista per eventi in Australia, America, Londra, Berlino; insomma quanto di meglio (e anche di peggio) possa capitare ad un carpentiere viareggino che ha fatto del proprio lavoro l’appoggio alla fantasia, alla creatività, all’arte.
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.13368843:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13368843:1652389948/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Perché fare dei carri di Carnevale, che sono macchine artistiche, è indubbiamente qualche cosa che supera l’artigianato.
È un’elaborazione popolare di temi che sanno di scultura, che sanno di pittura, che fondono l’una e l’altra in prodotti spettacolari. Che hanno fatto strizzare un po’ la bocca ad intellettuali quali Manlio Cancogni, Mario Tobino, Cesare Garboli. Che sono stati omaggiati da altri intellettuali quali Giorgio De Chirico, Dario Fo, Mario Monicelli, Primo Conti. Ed hanno scomodato per applausi attori quali Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Omar Sharif, i nostri Adriano Celentano e Alberto Sordi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.13114463:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2016/03/12/news/partito-l-ultimo-corso-del-carnevale-1.13114463]]
Visito lo studio di Arnaldo Galli in una villetta al Marco Polo, tra un giardino esplosivo di arancetti succosi e grassi limoni. È uno studio che pare la sacca del pellegrino. Dentro c’è di tutto, quadri finiti e sculture abbozzate, colori a pioggia, carte, stracci, medaglieri, fotografie. Sono gli straccali di novant’anni festeggiati proprio oggi.
Gli dico: «Qual è stato per te il momento magico, il giorno che più rammenti?» Mi guarda coi suoi occhi aguzzi, il cappello calcato su spuntati riccioli bianchi. Aspetta un po’. Eppoi risponde: «Quella volta che vinse il primo premio nei carri grandi».
Si era nel 1964, la folla stipava in piazza Mazzini. I contendenti erano due, lui Galli e Sergio Baroni. Allora i verdetti venivano scanditi dall’altoparlante e quando si giungeva ai primi v’era una pausa di fiati che raggelava.
Tutti trepidavano l’attesa. Infine Galli vinse. Il suo carro era “Show Boat”. Dopo avrebbe vinto per altre venti volte, superando tutti perfino gli storici D’Arliano-Pardini.
Gli chiedo: «Fu dura arrivare a quel risultato?». «Fu durissima - risponde - me la fecero sudare, eccome. Io non arrivo al carnevale per caso o per conoscenze. Io sono dentro il carnevale, la costruzione dei carri, fin da bimbetto. Avevo gli Hangar a due passi da casa, in via Mazzini. Mio padre costruiva barche, spesso mi portava in cantiere e lì imparavo a dar d’ascia, di pialla, a modellare il legno. Ora i carri del carnevale hanno la struttura del veliero. Vi sono affinità. Così quando entravo dai carristi già sapevo come si lavora, come si sta in squadra, come si modellano e come si sollevano i mascheroni».
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.13368842:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13368842:1652389948/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Allora vi erano (come adesso) due stili: l’allegoria trionfale e ben curata, l’oro di Tono D’Arliano. E il carro d’espressione e di movimento come lo faceva Alfredo Pardini.
Erano due partiti che disputavano: da una parte i richiami al liberty di Galileo Chini, dall’altra l’urlo vitalissimo di Lorenzo Viani. Galli imparò da Pardini, però non disdegnava D’Arliano, sicché quando emerse conflisse sia contro Sergio Baroni ch’era romantico, malinconico, poetico, lunare. Sia contro Silvano Avanzini ch’era impegnato, politico, attivista della denuncia.
Galli si distinse. Perché fece carri antitradizionali, niente oreficeria, niente carni sensuali e bajadere erotiche.
Fece mascheroni d’attualità, quando antipolitici, quando d’evasione. Sempre con una costante di fedeltà ai temi dell’ambiente, della difesa dei valori umanistici, meraviglie come “Non calpestate i fiori” (1966), “Dove vanno gli innamorati” (contro la cementificazione) del 1967, “Quel mazzolin di fiori” quando celebrò il 1968 della rivoluzione beat, con una freschezza, una leggerezza, che inondò di piacere la passeggiata.
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.13380758:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2016/04/28/news/profili-di-cartapesta-ovvero-l-enciclopedia-dei-carristi-del-carnevale-di-viareggio-1.13380758]]
«Silvano Avanzini, con il quale lavorai in alcuni carri, era il mio antagonista» ricorda Arnaldo Galli. Fu la loro una lotta aspra. Come ben racconta Alessandro Volpe nella biografia di Galli (Pezzini editore) vennero anche alle mani. Finirono in ospedale. Fu la loro la disputa tra il liberatorio (Galli) e l’ideologo preciso e lucidissimo (Avanzini). Fu un battagliare su questioni d’impresa ma anche questioni di linguaggio. Avanzini eppoi Oreste Lazzari e “Menghino” Lazzerini intendevano l’arte come slogan, come messaggio: Galli invece con straripante fantasia avvertiva i tempi nuovi, niente soggezioni, niente intruppamenti. Solo epifanie. E fu grandioso il suo “La bomba” del 1973 (detto anche “Guerra e pace”) quando l’ogiva si spalancò ed anziché distruggere s’innalzò al cielo con cerchi luccicanti e festosi.
Ecco perché Arnaldo Galli piaceva a Federico Fellini (che lo volle per film importanti, dai “Vitelloni” a “Casanova”). Perché Galli sognava, si sollevava dal terra-terra. Anticipava i tempi. Era, è, d’avanguardia.
Con i quadri gli andò un po’ peggio. A me alcuni suoi quadri piacciono assai. E piacquero alle giurie di ogni dove.
Però Danilo Di Prete ch’era un pisano trapiantato a Viareggio (e per buona parte dell’anno in Brasile) amico di Santini, Eugenio Pardini, Catarsini, Michetti, Baroni, Beconi, il vociante milieu dell’arte versiliese, glieli fece bruciare in un gigantesco falò. Se non fosse stato per quello zingaro – poeta di Vittorio Grotti, personaggio discusso ma fine affabulatore - Arnaldo Galli avrebbe anche smesso.
Di Prete aveva un giusto giudizio: Galli non si sottraeva a due maestri, Viani e Marcucci. Non trovava una propria strada tra Viani estroverso e Marcucci intimista. Ma Grotti lo conquistò e lo condusse in Venezuela e a Londra. Belli fece mostre e tante esposizioni. Ma rimase un viareggino attaccatissimo ai carri. «I carri, conclude, sono stati, sono, un grande amore».
Nella loro storia egli resta un gigante. Il Carnevale di Viareggio merita uomini così.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

