Il Tirreno

Versilia

La mostra di Bellocchio «Non sono un pittore io disegno per il cinema»

di Cristina Bulgheri

Il regista commenta le sue opere in esposizione da ieri a Villa Argentina in anteprima nazionale

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VIAREGGIO. «Non sono un pittore e non farò più alcun quadro». Mette le mani avanti Marco Bellocchio, uno dei maestri della cinematografia italiana, da quando nel 1965 debuttò sul grande schermo con il film “I pugni in tasca”, recentemente restaurato e riproposto nelle sale italiane. Ma quel centinaio di opere che portano la sua firma e che da ieri sono visitabili (da martedì a domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, ingresso libero) in anteprima italiana a Villa Argentina nel contesto della mostra dal titolo “Marco Bellocchio: la pittura dietro l’obiettivo”, accompagnano senza dubbio il suo percorso di cineasta. Si potrebbero definire “prove d’artista”. «Sono affezionato a questi quadri che risalgono ormai a quasi sessanta anni fa - confessa Bellocchio - avevo 17 forse 18 anni. Non sapevo ancora che avrei fatto il regista, perché ancora non avevo varcato le porte del Centro sperimentale di Cinematografia di Roma e deciso il mio futuro».

Cordiale, disponibile, onesto, il regista di Bobbio (provincia di Piacenza) - a cui Lucca Film Festival-EuropaCinema 2016 ha dedicato tutta la giornata di ieri e in parte quella di oggi per un gran finale con il bòtto - ha raccontato il suo rapporto con l’arte figurativa, vista come un passaggio funzionale all’espressione cinematografica: «Se mi viene in mente un’immagine relativa alla sceneggiatura, a me piace concretizzarla con uno schizzo, perché nel momento stesso in cui disegni o anche scrivi, ti vengono in mente nuove idee che prima non avevi».

E così è successo per un po’ tutte le sue pellicole: il centinaio di opere su carta dislocate nelle sale di Villa Argentina, scandiscono questo percorso, film dopo film, a testimonianza che, con il suo debutto al cinema, la passione pittorica che Bellocchio nutriva fino a quel momento si converte in maniera funzionale alla macchina da presa. Schizzi, bozzetti, disegni, acquerelli nascono con l’intento preciso di previsualizzare sulla carta una scena, un personaggio, un costume da tradurre poi sulla celluloide.

Tutta la sua produzione - dal primissimo film “I pugni in tasca” all’ultimo “Sangue del mio sangue” - è accompagnata da appunti, frasi, note destinate a se stesso e ai suoi collaboratori nel momento del “ciak”. Per questo l’approccio alla mostra - come lo stesso regista suggerisce agli organizzatori e al curatore Alessandro Romanini - non dovrebbe prescindere dalla conoscenza della sua produzione cinematografica.

Ed è proprio in questa ottica che, durante il periodo dell’esposizione (fino al 1° maggio) è stato previsto un ciclo di incontri (giovedì 14; 21 e 28 aprile alle 17) e proiezioni dedicati alle tante relazioni che uniscono le arti visive tra loro, come dimostrano le opere d’arte dello stesso regista che si dice comunque molto legato all’Espressionismo tedesco di Munch. Dall’arte al cinema, dal pennello alla macchina da presa: un connubio che senza dubbio si ripeterà anche nella realizzazione del prossimo film: «Ho già un progetto - confessa - ma non anticipo nulla». Non sarà sicuramente una pellicola su un pittore: «Non ci ho mai pensato, ma a fare un film su Caravaggio o Van Gogh ho il timore di essere illustrativo. Mi fu proposta da Marina Ripa di Meana la trasposizione del suo libro “Cocaina a colazione” sui pittori Angeli, Schifano, Festa ma il mio coinvolgimento personale era troppo forte, e ho lasciato perdere».

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