Il Tirreno

Versilia

Il Cristo «rotondo» nella Via Crucis di Fernando Botero

di ADOLFO LIPPI
Il Cristo «rotondo» nella Via Crucis di Fernando Botero

L’artista colombiano, ma casa e studio a Pietrasanta, in mostra con grande successo al Palaexpo di Roma

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di ADOLFO LIPPI

Il Cristo è rotondo, peso centoventi chili almeno, dolente ma energico. Maria è spaziosa, più grassa dei grassi di Rubens, la pietà scricchiola nei sostegni e scricchiolano le croci che devono sostenere un corpo opulento, bulimico.

Non vi è traccia di digiuni, soprattutto non vi è traccia di espressionismo in questa Via Crucis che Fernando Botero offre in mostra al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale di Roma (non lontano da Termini e poco sotto il palazzo del Quirinale); dopo averla esposta a New Yor,k a Madrid e a Medellin in Colombia sua terra natale.

La mostra romana è affollatissima. In tempi di Giubileo è tonico riflettere su uno dei drammi fondamentali della storia umana. Ma di certo la passione di Botero è una passione spiazzante. Ha qualcosa di ironico, qualcosa di popolaresco, è una creatività di due occhi azzurri sornioni e saputi che io potrei incontrare a Pietrasanta, sua città d'elezione, quando gli dettero la città onoraria.

Botero viene alla via Crucis da un percorso lunghissimo. Soprattutto esplorò Giotto durante un suo lontano soggiorno toscano (1953-54) e vide Masaccio e Pietro della Francesca. Però di Giotto molto gli rimase poichè Giotto, senza troppa scienza e troppa intelligenza matematica, con prospettiva elementare, rivoluzionò la collocazione delle figure, le mise in fila come si incontrano nelle vie piatte e nelle piazze metafisiche, le tondeggiò in gestualità lente ma efficaci.

Lasciando a Masaccio intervenire teatralmente a scavare i corpi, a tormentarli, aprendo la strada, il Masaccio, all'espressionismo di tante crocifissioni, di tante passioni che ebbero poi nel tedesco Grunewald (fino ai moderni Grosz e Otto Dix) una codificazione che fece legge.

Ed è questa: Cristo corpo soffre maledettamente, è piegato, è scheletrico, è penetrato dal dolore. E così ce lo hanno raccontato grandi artisti, da Michelangelo a Renato Guttuso.

Un Gesù morto corpulento, verde, polpacciuto, pancione, come lo fa Botero, sorprende, direi che non è monumentale, non è smisurato, è semplicemente vero però protagonista di una vicenda che niente ha a che vedere con la Palestina, nemmeno con le crocifissioni spagonole e le liturgie latine, è semplicemente una questione di strada sud-americana, con poliziotti violenti, dittatoriali, flagellatori che paiono ammazzasette messicani, antichi romani, qua e là disseminati, che richiamano i legionari di Asterix tanto sono stupidi e sanguinari e biechi.

Fernando Botero non da oggi dipinge così. Usa una formula che lo ha reso celebre nell'universo mondo e la sua formula è la grossezza che trionfa nelle corride come trionfa nelle magnifiche donne in posa, nei generali come nei ritratti.

Il massiccio lo distingue, la materia gravata lo ha reso celebre. Però ha anche i colori convincenti e maliosi posti in grandi campiture, non in pennellate stiracchiate, nervose, minime ma in campi larghi, azzurri luminosi, rossi sensuali, vesti viola o marroni . o arancio assai appariscenti. Poi c'è il corpo di Cristo, quando verde, quando verdogliolo, quando rosato, quando ammaccato e torturato di ferite, una carne che va in croce senza esser passata dalle lividure della fame, dall'anoressia, dalla magrezza invocata dai santi; chissà come Botero se la caverebbe con San Francesco il quale fece della penuria il proprio altare.

E Madre Teresa di Calcutta?No, questa gente della via Crucis (che in alcuni quadri sembra svolgersi simbolicamente a New York o in strade berlinesi), è davvero gente di Medellin, gente che ha benissimo investigato Garcia Marquez, gente che mangia, danza, fa l'amore, uccide spesso nelle maniere atroci, senza però l'angoscia occidentale che segnò l'espressionismo, che produsse Munch, Ensor, Grosz.

Anche Guttuso nella sua crocifissione ammucchiò tanto colore, tanta luce, tanta popolarità; in lui però vi era un'epoca che dopo le atrocità della guerra, la seconda guerra mondiale, volgeva al boom economico, in Sicilia arrivavano il libero amore e la Lambretta. Sebbene restasse Guttuso sempre realista, legato agli schemi nazional-popolari, vi è nelle sue opere (le spiagge, i caffè) una baldanza pratoliniana, voglia di vivere e mucchi di cibarie.

Fernando Botero è altra cosa e lo si decifra soprattutto nei disegni (tanti esposti nella mostra romana). Botero sposta l'epica mediterranea nei cimiteri colombiani e si intuisce che dietro non vi sono deserti aridi o palmeti arabizzati.

Vi sono, dove Cristo transita, respiri di enormi foreste amazzoniche, alture andine rossastre, cittadine garbate e vuote, l'immaginario (senza brume) di artisti quali Diego Rivera (messicano, l’inventore dei murales), di poeti come Paolo Neruda, Veroniche che nell'amore (e nell'atto verso Gesù atterrato) fioriscono di glutei e seni proprio strepitosi. Insomma un gigante che muore tra i cactus. La via Crucis di Fernando Botero rimarrà in mostra fino al 1 maggio.

Via Crucis, Passione di Cristo, mostra di Fernando Botero,

palazzo delle Esposizioni,

via Nazionale 194, Roma.

Aperta fino al 1° maggio.

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