Il presidio
Parla la vedova del giovane ucciso: «Punito per aver difeso un amico»
Aveva sposato il marocchino accoltellato a morte nella Passeggiata di Viareggio poco meno di due anni fa: lui le diceva che lavorava in una concessionaria di auto. «Ora so che non mi ha detto tutta la verità, ma i suoi errori non giustificano quello che gli hanno fatto»
VIAREGGIO. «Ayoub non mi ha detto tutta la verità. Ora lo so. Ma gli errori che ha commesso non giustificano quello che gli hanno fatto. Nessuno merita di morire in questo modo. E sono certa che è stato ucciso perché aveva voluto difendere un amico».
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Asia ha compiuto vent’anni da poco, ma non può più concedersi l’allegria di quell’età. La sua vita è cambiata una settimana fa, quando alcuni amici l’hanno chiamata al telefono. Spiegandole che suo marito, Ayoub El Fadili, 26 anni, era stato ferito in una lite a colpi di coltello. «Mi hanno detto che forse era in ospedale. Non immaginavo che potesse non farcela. E quando è morto, la mia vita per come la conoscevo mi è crollata addosso».
Asia Orlando era sposata con Ayoub da quasi due anni. Hanno vissuto a Viareggio, in via Sauro, dove avevano preso la residenza. Poi si erano trasferiti a Seravezza. Sempre in una casa in affitto. «Ci eravamo conosciuti nel 2013, dopo l’incidente stradale al Marco Polo in cui era morto suo fratello - racconta - una storia nata come tante, tramite amicizie. Un caffè, una birra ed è nato il nostro legame». Una storia d’amore forte, tanto da decidere quasi subito di sposarsi. «Dico la verità: al tempo Ayoub non aveva il permesso di soggiorno. Era irregolare, come si dice. E non potevamo costruirci una vita insieme come avremmo voluto. È vero, avevo solo diciotto anni - ammette Asia - ma la decisione ormai l’avevamo presa. E così ci siamo sposati».
A quel punto per il giovane marocchino la situazione cambia: la sua posizione viene regolamentata, in attesa di avere la cittadinanza italiana vera e propria (per cui serve più tempo). In realtà il permesso di soggiorno che gli viene concesso dura solo un anno, perché ha dei precedenti penali. Ma Asia non lo sa. Almeno in quel momento.
«Ammetto di aver pensato in questi giorni di non sapere più chi era mio marito. È un pensiero brutto, ma ci sta. Mi diceva che lavorava in una concessionaria, faceva orari d’ufficio e la notte non usciva. Inoltre non mi sembrava mai particolarmente nervoso, o preoccupato perché potesse succedergli qualcosa di brutto. Vivevamo così, io facevo lavori saltuari in modo da avere qualcosa per me. Non ho mai avuto sospetti che ci fosse qualcos’altro dietro». Ayoub, tra l’altro, aveva avuto un risarcimento di centinaia di migliaia di euro per la morte del fratello.
Così oggi è difficile, per lei, accettare il fatto che nella sua vita si sia creato improvvisamente uno squarcio. Con lo sguardo che si affaccia su qualcosa di inaccettabile, per una ragazza dalla vita ordinaria e tranquilla come quella di Asia. «Ayoub non mi ha detto tutta la verità, questo è chiaro - dice la ragazza - ma non saprei dire se l’omicidio abbia a che fare con i soldi, o con la droga. Neanch’io, come gli inquirenti, credo alla storia della lite il giorno precedente il delitto. Non ci credo perché non si uccide a coltellate qualcuno dopo un malinteso con calci a un’auto. Con questo non dico che Ayoub era perfetto, e che non può aver reagito a una situazione che non gli andava bene. Ma se c’era qualcosa di più grande, lui non era implicato: non era il tipo. Tant’è vero che all’appuntamento, ammesso che si sia trattato di appuntamento, con l’omicida (Abdel Kader Fakhar, ndr) solo l’altro aveva il coltello. Segno che Ayoub pensava a un chiarimento, e non a qualcosa di peggio».
Dopo l’omicidio Asia è fuggita dalla casa dove viveva con il marito. «Non ci potevo più stare, non me la sentivo. Se ho paura? No. Gli inquirenti mi hanno detto che questo episodio potrebbe avere un seguito, magari con un ulteriore regolamento di conti. Ma io non c’entro nulla con quella vita e quelle controversie. Appartengono a un mondo di vendette che non è il mio. Io credo nella giustizia vera, quella che spero arriverà al termine dell’inchiesta della magistratura».
Dopo un primo funerale celebrato a Viareggio, Asia ha acconsentito al fatto che il corpo di Ayoub fosse sepolto in Marocco. «Sua madre aveva già perso un figlio solo tre anni fa, non me la sentivo di negargli questa cosa. Avrebbe potuto accrescere il suo dolore, che già è enorme. Con la famiglia sono in contatto, anche perché adesso voglio avere giustizia. È questa la motivazione che mi ha spinto a rivolgermi a dei legali (gli avvocati Fabrizio Miracolo e Claudia Calamai, ndr) in questo momento di grande confusione, in cui non riesco ancora a rendermi conto dell’enormità di quanto accaduto. Se mi pento o mi rammarico di qualcosa? Mio marito avrebbe potuto dirmi la verità. Ma di lui avrò solo ricordi belli».
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