Ettore Scola: "Viareggio mito della mia giovinezza"
In una lunga intervista al Tirreno, Ettore Scola raccontò il suo rapporto con Viareggio: qui fece la prima tappa del suo viaggio di nozze e qui,da sceneggiatore, volle ambientare "Il sorpasso"
In occasione della cittadinanza onoraria che gli fu attribuita durante l'edizione 2013 di Europacinema, Ettore Scola concesse una intervista al Tirreno sui suoi legami - affettivi e professionali - con Viareggio. Ricordando episodi anche inediti della sua vita. La riproponiamo in occasione della sua scomparsa.
VIAREGGIO. Ha ricevuto più di una cittadinanza onoraria. Quella di Roma, dove abita. Quella di Trevico, dove è nato ottantadue anni fa. Quella di Parigi, dove lo adorano. Da qualche giorno Ettore Scola è anche cittadino di Viareggio. Una onoreficenza che il grande regista campano ha ritirato giovedì sera sul palco del Politeama, in occasione della giornata inaugurale di EuropaCinema. E che è stata anticipata da polemiche - tutte politiche, in verità - che lui ha signorilmente ignorato.
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Ettore Scola è da oggi cittadino viareggino. Un riconoscimento che...?
«Che mi rende felice. E non lo dico per piaggeria, semplicemente perché mi trovo qui a Viareggio. Fra le varie cittadinanze onorarie che mi sono state consegnate, questa è quella che mi rende più felice. Oltre ai rapporti di tipo professionale, con Viareggio ho dei profondi legami affettivi».
Ci racconti, allora.
«Viareggio è stato uno dei miti della mia giovinezza. Di quando, prima che facessi il mestiere di sceneggiatore prima e regista poi, frequentavo il liceo. All’epoca c’erano una serie di miti, come ad esempio quello delle donne svedesi, che erano tutte bellissime, anche se poi qualche mio amico è stato in Svezia e ne ha sposata qualcuna che era pure bruttina. Ebbene, fra i miti giovanili di quei tempi c’era anche Viareggio. Per molti motivi. Per la sua splendida Passeggiata. Perché il fascismo all’epoca ne aveva fatto un posto di villeggiatura ambito. Perché ne leggevamo nei romanzi di Lorenzo Viani e Renato Fucini, spesso ambientati da queste parti. E così, nei nostri capannelli, parlavamo spesso di questa città così affascinante. Che, simbolicamente, rappresentava ai nostri occhi un passaggio della vita da dover fare. Io questo passaggio lo feci in occasione del mio viaggio di nozze. Anche se con pochi soldi a disposizione, la prima tappa della mia luna di miele fu proprio Viareggio».
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Naturalmente non mancano anche i legami di tipo professionale.
«Certo. La prima volta risale ai tempi de Il sorpasso di Dino Risi. All’epoca io ero sceneggiatore e non avevo ancora intenzione di fare il regista. Ma volli che fosse ambientato anche a Viareggio. Durante la lavorazione del film, poi, ho spesso seguito le riprese. Qui, insieme a Gassman e Trintignant, abbiamo trascorso un paio di mesi indimenticabili. E ne approfittammo anche per conoscere meglio la città e i suoi dintorni. Più recentemente, invece, sono tornato grazie a Felice Laudadio, che qui mi ha portato nel corso di varie edizioni di EuropaCinema, talvolta come giurato, altre volte come ospite. Insomma, essere diventato cittadino onorario di Viareggio non è un fatto banale. Tutt’altro».
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La decisione di concederle la cittadinanza ha provocato anche qualche polemica politica. Per l’opposizione di centrodestra non aveva un legame così stretto con Viareggio...
«Ho saputo e ho letto qualcosa. Beh, le polemiche in Italia non mancano mai. Ma va bene che qualcuno la pensi diversamente: guai se tutti la pensassimo allo stesso modo. Che poi qualcuno approfitti della polemica in sé - e non nel merito - per mettersi contro qualcuno, questo forse è meno nobile».
A Viareggio ha presentato «Che strano chiamarsi Federico», un film dedicato all’amico Fellini che ha aperto il festival.
«Alla mia età avevo deciso di non lavorare più dietro la macchina da presa. Però, dopo una discussione su Fellini insieme ad alcuni amici, è nata l’idea di fare un film su Federico. Ci siamo messi ad un tavolo e siamo partiti. Ne è venuta fuori una pellicola strana che non è né un film né un documentario. Vi sono raccolte piuttosto delle sensazioni e dei ricordi personali e l’obiettivo che mi ha guidato è stato quello di trasmettere delle emozioni».
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Dal Fellini che conosciamo ai Fellini del futuro. Quali sono i registi italiani contemporanei che maggiormente apprezza?
«E’ sempre difficile fare dei nomi. Tuttavia mi vengono in mente Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Marco Risi. Registi che hanno dei numeri. Purché non vogliano essere dei moderni Fellini. Di Fellini ce n’è stato e ce ne sarà uno solo. Chi cerca di cimentarsi in un film felliniano, finisce col fare un pessimo lavoro. E non parlo soltanto di registi alle prime armi. Quando penso ad alcuni grandi autori come Woody Allen o Ingmar Bergman che in un certo periodo della loro carriera hanno cercato di imitare Federico, mi vengono in mente solo film bruttini. Fellini è Fellini. Stop».
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