Il Tirreno

Versilia

L’artista giovanotto di 103 anni

di Adolfo Lippi
L’artista giovanotto di 103 anni

Giorgio Michetti festeggia il compleanno continuando a lavorare

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VIAREGGIO. Dicono: l’arte non paga. Invece, nel caso di Giorgio Michetti, pittore e scenografo, l’arte paga eccome. È arrivato a 103 anni, portati su due gambe svelte e leggere, con un cervello lucidissimo e tesoretto di ricordi. L'altra sera l'hanno festeggiato ai Pioppi, ristorante di gourmet. Michetti ebbe tanti successi, tante soddisfazioni, tanti amori da strage di cuori. Non è un grande vecchio Michetti, è un giovanotto salubre, sprintoso, senza rancori, senza maledicenze. Potrebbe permettersi racconti lunghi di almeno tre vite. Invece preferisce ancora lavorare: quando riceve, nel suo studio di via Cavallotti, ha di fronte un quadro di ragazzi al piazzone, ha sotto un tavolo un nudo di donnina. Pensa ancora alle mostre da fare, ci tiene e dire «sono viareggino da generazioni». Anche se la sua esistenza s'è dipanata a Milano, nella Milano da bere, nella Milano delle rivoluzioni industriali, politiche, artistiche.

Tutto però cominciò qui a Viareggio. Era nipote di Gino Parenti, un geniale flaneur, metà affabulatore, amico di Pea, Repaci, Parenti (ne era incantato), Primo Conti, Soffici. Straordinari occhi prensili, catturava quando un tono ai tramonti accesi quando il verdazzurro delle Apuane annegate di nebbia, e le impressioni le comunicava al ragazzo, nipote Giorgio, e a costui venne così l'urgenza di dipingere, inventare la realtà elaborandola, come gli spiegava il maestro.

Così Michetti andò a fine ginnasio a Pietrasanta, nello studio del professor Antonio Bozzano, baffoni bianchi, pizzo a saetta, e prese a disegnare, iniziò il mestiere che proseguì a Bologna (con iniziazioni d’amore), poi a Roma dove giunse nel '29 iscritto al terzo anno del liceo artistico, prestigioso, appagante. Nella vecchia scuola di via Ripetta (che ancora esiste ed è frequentatissima) insegnavano personalità quali Vagnetti e Ferrazzi. Mentre l'arte europea sfarfallava in cento direzioni spettacolari Michetti a Roma imparò tinte, mezzetinte, ombreggiature, prospettiva, braccio, avambraccio, cioè l'alfabeto dell'arte accademica, necessaria a spingersi poi nell’oltre, nello sperimentale, nell’audacia.

Poi, come tanti italiani Michetti, fece la guerra. Andò in Abissina, anziché sparare si distinse nel disegnare cose militari, l'adocchiarono, lo riportarono a Roma (intanto s'era sposato con Laura, prima moglie, ed aveva un figlio) dove il generale Carolei gli ordinò più di cento stilografie. Ormai Michetti era un pittore per mestiere. Tant'è che nel 1948 partecipò a Palazzo Strozzi alla grande mostra dei pittori toscani. Dopo gli morì la moglie. Un'altra donna, Liliana, lo innamorò e lo convinse a seguirla a Milano. La scelta della vita.

Milano anni '60 era il boom, era festosa, natalizia, vertiginosa, somigliava le capitali americane negli anni ruggenti, dovunque si aprivano gallerie d'arte, saloni di moda, officine, ristoranti chiassosi, s'inerpicavano le famiglie dorate, i Moratti, i Crespi, i Bonomi-Biolchini, i Mondadori, i Motta, Michetti ebbe subito un lavoro per un editore. Teneva famiglia, non poteva discutere; così realizzò manifesti per il cinema, locandine, fumetti, pubblicità. Finchè non fu notato da un critico d'arte, la "grande svolta". S'accorsero di lui come pittore, e a 52 anni, quando altri si mettono a cuccia, intraprese l'arrampicata all'arte ufficiale, alle mostre, alla pittura d'artista, ciò a cui l'aveva spinto Gino Parenti nelle lunghe chiacchiere sulla passeggiata a Viareggio, con Viani, con Marcucci,con Tobino, con Pardini, alla cui pittura tanto Michetti si rifà.

Adesso, a 103 anni, che ha compiuto ieri, attraverso le sue opere si può ragionare su un secolo di tendenze, dispute, scuole, che sorse con le stupefacenti sfide parigine, col suadente ritorno all'ordine che coinvolse Carrà, Soffici, Rosai, perfino De Chirico, con i sussulti astratti del dopo guerra, col realismo alla Guttuso, fino all'arte povera. A Viareggio tanto se n'è risentito. Finestra spalancata è la Versilia a tutto ciò che fa linguaggio nuovo: basti rammentare il gruppo Bau, basta vedere le piccanti innovazioni di David Parra.

«Io - dice Michetti - con questi tempi tumultuosi però non ho niente a che fare». Lui si mantiene calmo, ma la sua mano, giovanilissima, abborda e lambisce le figure con michelangiolesca maestria, nobili richiami di un tempo d'arte che non passa né passerà mai. Perché è conoscenza, è classicità raffinata. Perché sono le atmosfere che fanno e distinguono la sua lunghissima brillante vita.

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