Italia
L’addio allo stadio dove lavoravano scrittori e scultori
Cancogni stava in panchina, Becchini scriveva per Stadio E Sergio Bernardini portava i biancocelesti in serie C
CORRADO BENZIO. Almeno una targa. Se dovremo sacrificare alla modernità il vecchio «XIX settembre» che almeno una targa ricordi il suo glorioso passato. Magari lasciando perdere le imprese sportive e invece ripensando a quei personaggi che rendono unica la storia di questo campo, quasi un Filadelfia versiliese.
Sergio Bernardini. Abbiamo visto ogni genere di presidente nel mondo del calcio. Soprattutto in Italia. Sergio era del genere romantico, un vero appassionato. Prendendo il Pietrasanta non doveva lucrare favori all’amministrazione. E diciamo la verità, lui aveva la Bussola ma in realtà abitava a Viareggio, dove peraltro – fin da tempi della Capannina del Marco Polo – era iniziata la sua fortuna di impresario.
Con lui il Pietrasanta raggiunse la C-2. Ma non conta quel traguardo storico, ai tempi di Marcello Tentori, detto Tentorio. Quella che resta della sua storia nel calcio è la passione che mise nel presiedere la società. Con lui altri dirigenti mitici dei quegli anni, come Bruno Bartoli, appassionato di calcio come pochi.
«Bernardo» come lo chiamavano a Focette negli anni d’oro, nel Pietrasanta mise i pochi soldi che aveva e la parentela (erano cognati, avendo sposato le sorelle Mazzucchelli) con Cesare Maldini, al tempo capitano del Milan e poi allenatore azzurro. In realtà l’unico vero grande giocatore che dopo il Milan venne in Versilia era Nimis, fior di centrocampista. Bernardini passava l’inverno a girare il mondo, a strappare contratti a Mina, Aznavour, Duke Ellington, Carosone e la Fitzgerald. Ma se era in Versilia non mancava la panchina domenicale. Dove il tifo era formidabile, la correttezza anche.
Ironia della sorta i due figli – Guido e Mario – sono diventati – parliamo degli anni Ottanta, bravi giocatori di basket. Cresciuto nelle giovanili del mitico Simmenthal sono arrivati in B col Viareggio. Diversa la sorte del nipote Paolo (Maldini) straordinario figlio d’arte.
Manlio Cancogni. Amava il calcio come pochi. Dell’ultimo Mondiale, Brasile 2014, aveva praticamente visto tutte le partite nella sua casa di Marina di Pietrasanta. E le raccontava. Cancogni era una leggenda, anche del giornalismo sportivo. Amava Zeman, odiava la Juve. Tanto che all’ennesimo articolo l’Avvocato in persona lo portò al Comunale a vedere la vecchia Signora. Era tifoso del Torino e si beccò anche una querela da David, quando scrisse del suo comportamento allo sfortunato – per l’Italia – Mondiale 1962 in Cile. Cancogni era accompagnatore del Pietrasanta. E anche qui l’eccezionalità della squadra biancoceleste. Chi può vantare di avere avuto in panchina un grande scrittore, vincitore di Strega, Campiello e Viareggio. Uno che nel primo Dopoguerra va in bicicletta all’Ardenza a vedere il Livorno contro il grande Torino di Mazzola e Loik, squadra di cui peraltro sapeva la formazione a memoria.
Ulderico Becchini. E chi poteva vantare di avere in tribuna stampa – fra tanto illustri colleghi, come Luciano Meccheri – anche uno scultore? Ulderico Becchini, le cui fattezze ricordavano il grande Henry Moore, la domenica lasciava a casa la moglie Fedora per andare in tribuna e scrivere – siamo negli anni Sessanta – della serie D per Stadio. Era un’altra Pietrasanta, ricordiamolo, fatta di gente semplice, di tante osterie e anche affollate sale cinematrografiche.Becchini era scultore affermato, soprattutto nella ritrattistica. E’ lui ad avere firmato una famosa testa di John Fitzgerald Kennedy, pochi anni dopo l’omicidio del presidente americano a Dallas (1963).
Un’opera che per 10 anni è finita sulla scrivania della sala Ovale ai tempi del presidente Clinton. Per rimarcare anche l’eredità della Nuova Frontiera.
Paolo Lazzotti. Stavolta vogliamo ricordare un calciatore. Pietrasantino, il più importante partorito dalla città, non ha mai indossato la maglia della sua città. Lazzotti, il cui viso ricordava l’attore Vittorio Mezzogiorno (il secondo commissario Cattani della serie la Piovra), ha iniziato la sua carriera con i ragazzini della Frati Camaiore. Essendo bravo, fu subito segnalato alla Fiorentina, che se lo porta subito in casa.
Lazzotti aveva 20 anni quando con i viola vinse la Coppa delle Coppe 1960-61. Poi la carriera l’ha portato in mezza Italia, ma sempre in A: dalla Spal (Società polisportiva arts et labor) di Ferrara al Foggia. In quella città dove prima della guerra aveva giocato anche Benedetto Benedetti, altra gloria pietrasantina.
È divertente riscoprire le tante maglie indossate da Lazzotti sulle figurine Panini. Come quella della Spal biancoceleste che ricorda il Pietrasanta. Dove, Lazzotti mai ha giocato.
Mille altre sarebbero le storie del «XIX settembre» – la data ricorda il giorno del 1944 in cui Pietrasanta fu liberata. Solo un anedotto per chiudere.
Sembra che le feritoie delle biglietterie fossero particolarmente strette che non si capiva chi ci fosse dall’altra parte. «Ma appena sentivano che c’era una donna dietro – racconta una bigliettaia del tempo, anni Cinquanta – cercavano di attaccare bottone, a quei tempi allo stadio andavano solo gli uomini. Tutto finiva perché la fila cominciava a mugugnare per il ritardo...».
Altri tempi, vecchio stadio nostro.
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