Il Tirreno

Versilia

«Stiamo vivendo un incubo»

di Matteo Tuccini

La moglie di Fabrizio: ha lottato fino all’ultimo e ha dato la vita per il suo lavoro

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PIANO DI MOMMIO. «Mio marito non è sceso dalla barca, ne sono sicura. Non l’avrebbe mai abbandonata. Ha lottato come ha sempre fatto e ha dato la vita per il suo lavoro. E io non lo rivedrò mai più. Questa storia è un incubo, ma devo farmi forza».

Sono le 11 passate nella casa di Fabrizio Simonetti, classica villetta familiare nascosta tre le stradine interne di Piano di Mommio. Qui è Comune di Massarosa, ma respiri Viareggio dai nodi marinai attaccati alle pareti, dalla parlata e dai sentimenti. Anna Santini, 50 anni, moglie di Fabrizio, 52, è seduta e sta parlando: attorno a lei, un cordone di affetto. Sono tutte donne, compresa la figlia Veronica, che ha lo sguardo fiero dei vent’anni. Sembra una di quelle scene di dolore dipinte dai nostri maestri della pittura: c’è lo strazio per la perdita, ci sono le lacrime. C’è chi consola e chi ha gli occhi pieni d’orgoglio, ricordando chi in questo momento non c’è: Fabrizio. Dalle parole di Anna si capisce che ha accettato il fatto che il suo uomo non tornerà più da quella battuta di pesca maledetta, destino terribile condiviso con il cugino Nello (a cui era molto legato). Ma nelle parole di una moglie e madre non si intravede mai una resa. Non ci può essere. C’è la voglia di andare avanti, di restare in piedi. Di urlare al mondo la trasformazione del proprio dolore in energia positiva. «Ora la barca la guido io, lo devo a mia figlia».

Anna parla, fermandosi solo ogni tanto per bere un bicchiere d’acqua e prendersi una pausa tra le lacrime. Ripercorre gli ultimi anni di vita insieme a Fabrizio. Anni difficili. Lui è l’amore della sua vita, il primo amore. «Ci siamo fidanzati e poi sposati giovanissimi. Sono passati 29 anni, una vita - racconta - Abbiamo avuto una figlia, e come tutte i genitori, quando litigavamo, io gli dicevo: vai pure dove vuoi, basta che mi lasci Veronica». Ma Fabrizio senza Anna non poteva esistere, e così Anna senza Fabrizio. L’amore vero, quello di chi si sta accanto e si tiene stretto in mezzo alla tempesta. E di tempeste, nella vita dei coniugi Simonetti, ce ne sono state. Non solo in mare.

«La vita di Fabrizio era il mare, la sua casa era la Darsena viareggina. Io glielo dicevo sempre, anche come rimprovero. Però sapevo che era così e che nulla avrebbe cambiato questo stato di cose. Era nella sua natura. Avete scritto che lui e il cugino Nello erano accomunati dall’avere la pesca nel sangue: niente di più vero. Una cosa di famiglia, una passione enorme. Nonostante la disavventure». Come quella del 2010: Fabrizio Simonetti rimane coinvolto in un incidente tra pescherecci di fronte al porto. Lui è a bordo del suo “Lucia”, acquistato dieci anni prima con enormi sacrifici. Del resto la pesca è la sua passione e la famiglia non può esimersi dal fargliela vivere. «Ma le conseguenze di quell’incidente sono state dure da affrontare - afferma Anna - la barca si fermò per le riparazioni, per cui non avevamo soldi. E a Fabrizio fu sequestrata la licenza di pesca. Per tre anni fu costretto a star fermo. Per noi fu un colpo durissimo. Non navigavamo nell’oro, ma con il suo lavoro da pescatore e il mio andavamo avanti con piena dignità». Sull’incidente pende una richiesta danni fatta dalla famiglia - assistita dall’avvocato Luigi Piva - che è ancora in corso: il pronunciamento del tribunale civile avrebbe dovuto esserci qualche settimana fa, ma è slittato all’aprile del 2016. «Fabrizio non lo vedrà», rammenta Anna.

In quegli anni le difficoltà sono molte. Come tutti i padri di famiglia Fabrizio vuole essere in grado di provvedere ai suoi. «Se non lo faccio, non sono un uomo», diceva. Nel 2013 riprende a lavorare come marinaio alle dipendenze di altri. «Non ci hanno aiutato in molti, direi anzi nessuno - dice Anna - ad eccezione di Roberto». Cioè Roberto Olivieri della cooperativa di pesca Orione, proprietario della motopesca “Giumar” su cui Fabrizio si imbarcava da qualche tempo per la pesca a strascico sul litorale. E a bordo della quale è salito l’ultima volta lunedì sera. «A Roberto - prosegue Anna - non ho nulla da rimproverare, anzi. È merito suo se abbiamo cominciato a rivedere la luce. Ha dato un lavoro a Fabrizio, che quando usciva in mare era come se rivedesse il sole. Per lui il suo lavoro era tutto, e per il suo lavoro dava il massimo. Dormiva tre ore per notte, in pratica lo vedevo in quei momenti e il sabato pomeriggio. Quelle ore erano sacre e le dedicava alla famiglia: mi portava dove volevo. La domenica sera si tornava a pensare alla pesca. E da lì ricominciava la settimana».

La loro vita è andata avanti così fino a mercoledì. Fabrizio è uscito in mare assieme al cugino Nello, 48 anni, anche lui padre. «Nel pomeriggio, intorno alle 15,30, comincio a chiamare mio marito al cellulare. Non c’è linea, ma non mi spavento: capitava spesso che il telefono non prendesse. Anche lui me lo diceva: Anna, non ti preoccupare perché non sempre c’è campo. Io non ho né il numero di Roberto né quello di Nello. Però sono tranquilla. Sapevo che Fabrizio non se ne andava se non aveva pesce a bordo, era quello conosciuto perché doveva fare una “cala” in più». Forse è andata così anche stavolta. La battuta non era andata bene, lo hanno raccontato loro stessi nell’ultima telefonata con l’armatore Olivieri. «È probabile. Comunque passano le ore e Fabrizio non richiama. Con mia figlia decidiamo di andare alla banchina dei pescatori, ma quando arriviamo alle Cateratte ci fermiamo: sta venendo giù un acquazzone, ci spaventiamo. E decidiamo di tornare a casa». Sono passate da poco le 20, su Viareggio e la Versilia si abbatte un’ondata di maltempo. Le due donne, ovviamente, pensano al loro caro. «Alla fine mi ha chiamata Roberto, mi ha detto che non erano tornati alle 18,30 come previsto. E che stava andando in Capitaneria per dare l’allarme». Il resto, purtroppo, è storia nota: di Fabrizio e Nello non c’è più traccia. Soltanto il peschereccio “Giumar” è stato trovato: affondato a diciotto metri sotto il livello di mare, a cinque miglia dall’imboccatura del porto. «Nel dolore si aggiunge il dolore di due cugini che lavoravano insieme e per questo sono andati incontro insieme a un destino così tragico. Se ho parlato con i familiari di Nello? Ancora no». Al momento in cui scriviamo né Fabrizio né Nello sono stati ritrovati. «Sto vivendo un incubo, ma devo farmi forza. So che non lo rivedrò vivo, ma voglio che me lo riportino. Così potrò dargli quel saluto che non gli ho dato per l’ultima volta».

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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