Il presidio
Assolta l’infermiera del carcere
Caso Franceschi: la Corte d’Appello ribalta la sentenza di primo grado
VIAREGGIO. E' l'infermiera che l'ha visto per l'ultima volta in vita. Quella a cui Daniele Franceschi, in preda ad un infarto, si era ripetutamente e disperatamente rivolto per poter essere visitato in ospedale. Ma lei, quel 25 agosto di cinque anni fa, a quei dolori non ha creduto. Pensando che fossero una scusa per lasciare per qualche giorno il penitenziario. Salvo poi trovarlo cadavere dopo alcune ore nella sua cella del carcere di Grasse dove era rinchiuso da sei mesi. Ebbene, da ieri Stéphanie Colonna, la giovane infermiera francese dell'ospedale di Grasse che nell'estate del 2010 era in servizio all'interno della prigione della Costa Azzurra, è stata sollevata da ogni responsabilità per quella morte che ora più che mai ha troppi lati oscuri ancora da chiarire. E che a questo punto difficilmente saranno mai chiariti. La Corte di Appello del Tribunale di Aix-en-Provence ha infatti ribaltato la sentenza di primo grado con la quale i giudici di Grasse avevano condannato Stéphanie Colonna ad un anno di reclusione (e ad uno di interdizione dalla professione). E l'hanno assolta da ogni accusa.
Per conoscere le ragioni che hanno portato i giudici francesi a questa inattesa decisione bisognerà attendere qualche settimana. Ovvero il tempo utile per depositare e rendere pubbliche le motivazioni della corte. Ma visto dal versante italiano, il verdetto presenta più di una perplessità. «E' una decisione sconcertante», ha commentato a caldo l'avvocato viareggino Aldo Lasagna, presente ieri ad Aix-en-Provence per curare gli interessi della famiglia Franceschi. E, soprattutto, lascia il sapore amaro che giustizia non sia stata fatta. Almeno per intero. Perché se è vero che da un punto di vista processuale un responsabile per la morte di Daniele Franceschi è stato pur sempre individuato - si tratta di Jean Paul Estrade, il medico dell'ospedale di Grasse di servizio in quei giorni nel carcere, che dodici mesi fa è stato condannato in primo grado ad un anno di reclusione senza ricorrere in appello - appare chiaro che tutte le responsabilità non possono essere attribuite solo e soltanto a lui. Anche alla luce della ricostruzione di quei giorni venuta fuori durante le testimonianze raccolte in occasione del primo processo.
La più amareggiata, dopo la lettura del verdetto, è sicuramente Cira Antignano, la madre di Daniele Franceschi che da cinque anni si è spesa con tutte le sue forze perché sulla morte del figlio fosse fatta giustizia. Ieri non è potuta essere presente ad Aix-en-Provence perché influenzata (ha assistito a tutte le altre fasi del processo). Ma la notizia dell'assoluzione dell'infermiera è stata per lei uno schiaffo a distanza difficile da incassare. «Quando ho saputo della sentenza - racconta - ho pianto. Questo verdetto è una vera e propria ingiustizia. Quell'infermiera ha lasciato mio figlio morire in cella malgrado per dieci volte abbia chiesto di essere visitato. Non può non avere la sua parte di responsabilità in quello che è successo».
Nel processo di primo grado Stéphanie Colonna - a differenza degli altri due imputati - non si era presentata in aula motivando l'assenza con il fatto di essere incinta. E il giudice, in quella circostanza, sospese per qualche ora il dibattimento mandandola (inutilmente) a chiamare. «Non ebbe neppure il coraggio di venirsi a difendere in aula», ricorda mamma Cira. Che poi aggiunge: «Quando, in un'altra occasione, ebbi modo di incontrarla, lei mi disse di non ricordarsi chi fosse mio figlio. E allora le mostrai la maglietta con la foto di Daniele e abbasso il volto. Non è giusto che una persona così riesca a passarla liscia. Ma io non mi arrendo e continuerò a combattere la mia guerra per ottenere giustizia».
Una doppia battaglia, quella di Cira Antignano. Da combattere nelle aule dei tribunali, ma anche di fronte alle istituzioni francesi e italiane. "Sul fronte processuale, presenteremo ricorso in Cassazione. Ma in attesa del terzo grado di giudizio, io continuerò a chiedere verità e giustizia in ogni sede. E farò sentire la mia voce sia a Parigi che a Roma, all'Eliseo come al ministero della giustizia italiano. No, state sicuri che non mi arrenderò. Ormai questa è la mia ragione di vita».
@ClaVecoli
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