Il presidio
Nizza ha omaggiato la Versilia del mito
Successo per la presentazione sulla Promenade des Anglais del libro di Adolfo Lippi sulla storia della Bussola
CORRADO BENZIO. Finale commovente come pochi. Sullo schermo va il video di Edith Piaf che interpreta «Nè regrette rien». Non rimpiango niente cantava l’Usignolo di Francia, Un omaggio al carattere e al coraggio di Sergio Bernardini, che mai ha guardato indietro, mai ha rimpianto qualcosa. E un omaggio anche all’altro grande rivale, Nevio Franceschi. Perchè la Piaf, già malata, si è esibita una sola volta in Versilia, ma alla Capannina di Forte dei Marmi.
Attraverso la Bussola ed il mito di Sergio Bernardini a Nizza si è raccontato un pezzo di storia versiliese, ma soprattutto italiana. L’occasione è stata la presentazione del libro «Quando la Versilia aveva la Bussola» scritto da Adolfo Lippi. Una presentazione nell’ambito della settimana della lingua italiana organizzata dal console d’Italia, Serena Lippi.
Quest’anno il tema era la musica e dalla Promenade prima si è parlato di grandi canzoni con Giulio Repetti in arte Mogol. E poi è toccato ai giorni caldi della Bussola. Ad organizzare la serata la giornalista Claudia Origlia, presente Roberto Bernabò. Oggi alla guida dei giornali locali del gruppo Espresso, Bernabò – pietrasantino – è stato a lungo direttore del Tirreno. Ma soprattutto, giovanissimo, ha vissuto gli ultimi anni della Bussola di Bernardini e i giorni gloriosi di Bussoladomani. Un testimone, come Adolfo Lippi lo era stato – lui classe 1940 – dagli anni Cinquanta fino al Settanta, quando spiccò al volo a Roma per entrare alla Rai prima come giornalista, poi passato alla regia.
In platea tanti italiani residenti a Nizza, ma anche tanti francesi di origine italiana e anche il vicesindaco e assessore alla cultura della capitale della Costa Azzurra. Dove non è mai bassa stagione: la città era piena di gente, di turisti, di sole e di voglia di divertirsi. Dove per pranzare – a ostriche e gewurztraminer – al celebe cafè de Turin in place Garibaldi bastano 30 euro.
In questo clima di festa si è raccontato dell’Italia che scopriva il benessere, ma con questo anche le mode americane, a partire dalla musica. E di Bernadini che scopriva il mito della musica leggera italiana: Anna Maria Mazzini, in arte Mina.
Essendo in Francia si è ricordato quanto Bernardini – nato per altro a Parigi da emigrani italiani – subisse anche il fascino della Francia. E così i meno giovani ricorderanno i recitals a Focette di Charles Aznavour, Gilbert Becaud, Silvye Vartan, Johnny Holiday. Ma anche di Leo Ferrè, grande cantautore che negli ultimi anni della sua carriera andò a rifugiarsi nel nostro Chianti.
È stato raccontato anche l’aneddoto che riguarda Gino Paoli. Grande amico di Bernardini una sera interpretò la versione italiana di Ne me quitte pas di Jacques Brel. «Non andare via» è diventato poi un sucecsso ma al momento al pubblico della Bussola non piacque. E allora cominciò a rumoreggiare, fino a far arrabbiare Paoli, compreso in una interpretazione peraltro non facile.
Tanto da sbottare con la frase «Borghesi di merda» e lasciare il palcoscenico fra lo stupore del pubblico e il panino del patron che lo rincorse fino nei camerini per dirgliele di tutti i colori. Per altro fra Sergio e Gino c’era amicizia vera. Paoli era fra i pochi grandi artisti della Bussola ad essere presente al funerale di Sergio a don Bosco a Viareggio.
La storia della Bussola è la storia di Bernardini, dell’uomo senza rimpianti. Neppure di quando pagava troppo i cantanti, pur di strapparli alla concorrenza. Di quando Rita Pavone si rifiutò di cantare a Bussola piena solo perchè il nome di Mina in cartellone era più grande del suo.
Roberto Bernabò ha ricordato dove tutto era nato. In quella Viareggio occupata dai soldati americani. E che soldati, quei neri della Buffalo bravissimi ballerini e grandi amanti dello swing.
E così per le truppe della Quinta Armata a Livorno cantò Frank Sinatra, mentre a Viareggio arrivò Benny Goodman e la sua orchestra ad esibirsi al Principe di Piemonte. Che in quei giorni caldi del primo dopoguerra poteva essere frquentato solo dagli ufficiali americani.
In quella Viareggio che già tornava a ruggire sbarco questo giovane di belle speranze, che con i soldi del padre aprì la Capannina al Marco Polo. Che faceva suonare Piero Angela, jazzista di vaglia, che andava a prendere le sedie a San Paolino, tanto era il successo.
Che alla fine – era il 1955, giusto 60 anni fa – accettò l’offerta di Alpo Benelli di rilevare la Bussola. Un locale nella desolata Focette che non lavorava a differenza dei tanti locali che gestiva Bernardini.
E da quel primo concerto con Renato Carosone nacque un mito. Interrotto – ha ricordato Roberto Bernabò – da un colpo di pistola. Quello che colpì Soriano Ceccanti la sera del 31 dicembre 1968, la famosa notte della contestazione alla Bussola.
Quella notte la Versilia perse l’innocenza. E con la Versilia l’Italia intera. Il primo a capire che un mondo era finito fu proprio Sergio.
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