Il Tirreno

Versilia

Mazzette per gli ormeggi pilota del porto a giudizio

di Donatella Francesconi
Mazzette per gli ormeggi pilota del porto a giudizio

Dopo la condanna dell’ex nostromo e il patteggiamento di altri due imputati torna in aula il processo al “pratico” accusato di concorso in corruzione

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VIAREGGIO. Era il 1992 quando Milziade Caprili, deputato di Rifondazione comunista, in un’interrogazione al ministro della Marina mercantile chiedeva di «sapere quali banchine del porto di Viareggio risultino affidate in concessione e a quali soggetti e per svolgervi quale tipo di attività; se risulti che alcune banchine siano state occupate abusivamente e, nel caso, per quali motivi non si è ritenuto di assumere iniziative per ristabilire la legalità. E se vi sia una qualche informazione relativamente alle tariffe che i concessionari fanno pagare per i servizi che offrono».

Vent’anni dopo, da consigliere comunale a Viareggio, Caprili insiste: «Più volte ho sollevato il problema delle banchine. E ho sempre avuto risposte elusive. Non ci vorrebbe molto per appurare se chi prende i soldi per il posizionamento delle barche abbia i titoli per farlo».

Non ci voleva molto. Solo quella «indagine approfondita dei carabinieri “sul campo”», come scrive il gip Alessandro Dal Torrione nel dicembre 2013 autorizzando l’arresto dell’allora nostromo del porto Stefano La Rosa. Un’indagine che ha mostrato - è ancora il giudice per le indagini preliminari ad argomentare - «la singolarissima se non unica circostanza, mai verificatasi negli ultimi anni almeno in questo circondario» dell’«emersione dei malumori dell'utenza». E, soprattutto è l’indagine - affidata dal sostituto procuratore (oggi facente funzioni di Procuratore capo) Fabio Origlio ai carabinieri del Nucleo investigativo di Lucca - che «ha indotto alcuni dei corrotti a confessare spontaneamente le condotte illecite, prima davanti alla polizia giudiziaria e poi davanti al pubblico ministero».

Ad ex nostromo condannato a tre anni in primo grado, oggi in aula torna il processo a Giuseppe Mazzella, pratico del porto, una vita trascorsa in Darsena a fare entrate e uscire yacht e barche a vela, con gestione delle colonnine sulla banchina Natino prima che la stessa fosse assegnata alla marineria viareggina. Su quella banchina, per anni, hanno ormeggiato le imbarcazioni più prestigiose. E anche quella banchina è stata al centro di quello che l’ordinanza del Gip descrive come un «vero e proprio sistema corruttivo di natura abituale nella gestione di talune delle banchine del porto di Viareggio, in particolare quelle “libere”, in parte destinate all'uso gratuito per "lavori", tramite rilascio dietro compenso di autorizzazioni (poi nullaosta) contrarie alle nome regolamentari vigenti».

Sulla Natino trovava ormeggio, tra gli altri, il Main, maxi yacht dello stilista Giorgio Armani. Il cui comandante - così le testimonianze raccolte dai carabinieri - «si lamentò del pessimo servizio di fornitura dell'energia elettrica. Ciò che maggiormente risultava indigesto l è che, a quel prezzo, facendo chiaro riferimento all'esoso prezzo di ormeggio di quella banchina, il servizio di fornitura di energia sarebbe dovuto essere quanto meno adeguato».

Dalle indagini emergerebbe che anche Mazzella, come altri concessionari di colonnine su altre banchine pubbliche, pagasse all’allora nostromo un fisso mensile di 500 euro. Ma lo stesso Mazzella avrebbe chiesto - così l’accusa - «non meno di trecento euro al giorno, consumi inclusi». Il Gip riporta così una delle testimonianze: «In altre parole gli utenti pagavano l’ormeggio, nonostante su quell’area non si dovesse».

Accadeva sulla Natino, come sulla Bori (ma non per tutti, visto che gli imprenditori Giovanni De Maria ed Ettore Cammarata, indicati dai carabinieri come «appartenenti al clan dei Cursoti di Cosa Nostra, niente ebbero a pagare), sulla Pasquinucci, su parte della Ceina, sull'angolo del cantiere CodecasaDue, tutte banchine pubbliche e gratuite. E c'è voluta l'inchiesta per arrivare al regolamento per le banchine ai lavori entrato in vigore il 7 settembre 2013, tre mesi prima dell'arresto di Stefano la Rosa.

Prima di allora nessuno - né il Comune che rilasciava le concessioni ed aveva personale addetto, né la Capitaneria - si era mai accorto di niente. O forse no. Visto che nel 2008 l'allora comandante della Capitaneria, Fabrizio Ratto Vaquer, così rispondeva al Tirreno che chiedeva se fosse vero o meno che non pagare accosto e servizi tra le banchine potesse “innervosire” questo o quello: «Raccogliamo anche noi dubbi, perplessità, domande in questo senso. Ma se poi qualcuno subisce danneggiamenti, minacce, intimidazioni, questi fatti non si traducono in una denuncia».

Oggi il sistema corruttivo del porto di Viareggio torna in aula. Due degli imputati - Simone Calegari e Marco Marchi, testimoni agli inquirenti di tutti i particolari del sistema che portava nelle tasche di La Rosa dai venti ai venticinquemila euro l’anno (un vero e proprio secondo stipendio) - hanno patteggiato un anno. Giuseppe Mazzella ha invece deciso di affrontare il processo. Deve rispondere di concorso in corruzione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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