Il Tirreno

Versilia

Il pittore viareggino che anticipò Botero

di ADOLFO LIPPI
Il pittore viareggino che anticipò Botero

Oggi a villa Borbone vernissage dell’antologica dedicata ad Eugenio Pieraccini, il re dei pretini e dei giocatori di palla

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di ADOLFO LIPPI

Eugenio Pieraccini, pittore in mostra da oggi 2 ottobre a Villa Borbone, è un artista da riscoprire.

Soprattutto per la sua produzione dopo gli anni ‘70, quando, efficacemente, ideò una serie di quadri picari, maliosi, surreali, fantastici, coi quali rasserenò, con lussureggianti colori, la grigia atmosfera versiliese appuntata tra grigi integralismi e sperimentazioni confuse. Fu un anticipatore di Botero, ammettiamolo. Gli mancò il successo ma restò mai nell’ombra per via di un carattere pungente, avventuroso, “art pour l’art”, che lo condusse ad imprese e scorribande assai vivaci; come quando ideò “la Marguttiana” a Forte dei Marmi o quando gestì in una baracca aI Cinquale un ritrovo di pittori e scultori.

Lo conobbi a Roma, presentatomi da Mario Francesconi, altro pittore viareggino emigrato nella Capitale. Dirigeva una galleria in via del Babuino. Produceva quadri zeppi di pretini giocolieri.

Lo ritrovai in Versilia e mutò tematiche. Ma restò sempre al centro di un clima “caldo” tra dispute, scontri gagliardi, episodi burrascosi che si confacevano al suo carattere che allora si disse “vagero” (da Lorenzo Viani) che molto aveva, anche, del naif dei gitani e di Rousseau, il doganiere.

Anni fa il figlio, Marco, gli organizzò una bella esauriente esposizione al “Dortino” di Forte dei Marmi. In quell’occasione iniziò la sua seconda vita artistica, questa. Ed oggi, a villa Borbone, patrocinata da un comitato d’onore nel quale spiccano Franco Mosca, Andrea Bocelli, Raffaello Bertoli, Vittorio Guidi, Lodovico Geirut e Umberto Guidugli, sempre il figlio Marco propone un nuovo esauriente incontro di opere che riflettono la lunga attività di Eugenio.

Egli nacque a Viareggio, in Darsena. Subito, fin da ragazzo, attivo in matite e colori, attinse alla leggenda di Viani che, lì, aveva conquistato carattere, umori, soggetti. Era del 1922 Pieraccini. La sua giovinezza trascorse in una città che gi perdeva i connotati “marinari”, i sapori dei funai e dei calafati, le tinte aspre, espressioniste, del naturalismo caro ai discepoli di Viani (Santini, Sargentini, Catarsini) e, nella tragedia della guerra e della Liberazione (avvenuta con disastrosi scempi edilizi), cercava nella rinascita, nella poesia, nell’esistenzialismo così impressionista, altri toni e sentimenti (basti pensare a Marcucci e Di Prete), che si traducevano in colori ricchi, forti e soggetti immaginati così come li esponeva e bene Moses Levy.

Eugenio Pieraccini si diresse, quasi da subito, al colorismo. Restò tuttavia sempre incantato dall’umanità dei semplici, delle figure popolane, dei marginali (coppiette di sposi, pretini, scioperanti, giocatori di palla ecc.) ai quali dette un tocco di affettuosa, ironica energia vitale. Lungi da lui infatti, l’intristimento della condizione povera, l’urlo agghiacciante della miseria e dell’emarginazione, l’enfasi della denuncia. Esuberante com’era non si contentava di dipingere. Incontrava il meglio dell’arte che allora frequentava la Versilia (Carrà, Dazzi, Pomodoro, Treccani) e così istituì un “Premio Viani” (president. e Carlo Lodovico Ragghianti) mise su una galleria alla “Capannina” (imponendo Migneco e Salvatore Fiume), vinse il premio Luzzara Cesare Zavattini.

Poi andò a Roma, diresse la galleria “San Luca”, dove produsse mostre di Henry Moore, Piero Cascella, Lucio Fontana, Giò Pomodoro. La sua formula vincente in quegli anni furono i famosi “pretini”, clowneschi, felliniani, irruppero coi loro gonnelloni sulle spiagge assolate e nei luna park.

Chi non li comprò quei quadretti così irruenti e chiassosi? Li definirono “naive” perché piacevoli, ameni, pittoreschi. In verità erano astrazioni, fughe da un quotidiano e da una realtà spiacevoli, tra dure lotte operaie e conflitti politici. Erano “il miracolo” di Zavattini, surreale e poetico, portato in pittura e in Versilia che si ridestava, seducente e poliedrica, alla musica e al benessere, spiaggia capitale nel “boom”. Poi Pieraccini approfondì l’immaginario di Rousseau. E trovò, dopo gli anni ‘60, tutto un popolo di figure davvero smaglianti, direi sudamericane (ecco il contatto con Ferdinando Botero, il pittore dalle grandi forme ), sarebbero piaciute a Gabriel Garcia Marquez, figure che erano ammiragli innamorati, cavallerizze, primi tromboni, nonni marinai e palombari, jazzisti, forzuti, leoni e donne, tantissime donne discinte e succose, immersi in paesaggi accesissimi, vibranti, da cinematografia in cartoni animati.

Questi suoi quadri, per me i migliori, raccontano la stupefacente festa paesana, una gran fiera, come ne avvenivano in Versilia ai tempi di Enrico Pea, tra palloncini, tiri a segno, tette prosperose, sbornie di rosso, insomma la vita di un giorno irripetibile, spensierato, innocente.

La mostra a Villa Borbone durerà fino al 18 ottobre. Alla fine ci sarà un’asta delle opere. Naturalmente di beneficenza, a favore della Fondazione Arpa, guidata dal professor Franco Mosca. Arte ma anche uno scopo benefico, che rafforza il momento artistico.

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