Il presidio
Il “Viareggio Rèpaci” resiste ottantasei anni portati bene
Aldilà dell’impianto un po’ troppo “spettacolare” della cerimonia finale ha premiato tre libri importanti e una scrittrice straordinaria
di ADOLFO LIPPI
Il “Viareggio”, 86ª edizione, ha premiato tre libri importanti: “Il tempo migliore della nostra vita” di Antonio Scurati (narrativa), “Jucci” di Franco Buffoni (poesia), “Campo dei Fiori” di Massimo Bucciantini (saggistica). E ancora una volta questo “Viareggio” (cioè la attuale dirigenza) ha dimostrato di saper fare da argine a tanti libri di mero consumo che s’ammucchiano nelle librerie, forti del successo commerciale, della firma di note vedettes della musica o del calcio, dell’invasiva pubblicità del mercato che li compone come saponette. Pecca di questa 86ª edizione, culturalmente impeccabile, l’impianto “spettacolare” dell’assegnazione dei premi, cioè la serata di gala, cioè la comunicazione. Tutto rassomiglia a una consegna di lauree universitarie, coi professori, seriosi e compunti, disposti a schiera, i premiandi seduti come matricole, tra le file, i discorsi leziosi, il conduttore, pur informato, che non parla per il pubblico ma fa dibattito coi protagonisti a solo ascolto degli addetti ai lavori.
I Premi, va detto, sono quanto di meglio. “Il tempo migliore della nostra vita” di Scurati non è un romanzo puro, non ha cioè una storia inventata, fantastica, originale. È un viaggio nel destino di tre famiglie vere, una delle quali, i Ginzburg, hanno dato tantissimo alla politica e alla letteratura italiana. Le altre due famiglie si intrecciano come tralci di vite attorno alla principale e ne escono spaccati ben descritti, vigorosi, di un’Italia minore, tra attori napoletani operanti con Totò, e contadini lombardi che riescono a superare la tragedia di una condizione povera e precaria. Corrosa dall’ultima guerra. I Ginzburg devono la loro “apparizione” a Leone, un intellettuale antifascista, che ha una strana nascita. La madre, ebrea di Odessa, per sfuggire agli orrori della rivoluzione russa viene in vacanza a Viareggio nei primi del Novecento. E qui pare abbia una relazione con un ebreo viareggino. Ne nasce un figlio, Leone, poi riconosciuto dal padre ufficiale. Ebbene Leone, studiosissimo a Torino, scala la cultura, diviene discepolo di Croce, inventa con Einaudi la nota casa editrice, fonda il Partito d’Azione, fa resistenza contro i nazifascisti, viene imprigionato, nel frattempo ha sposato Natalia che diverrà scrittrice fondamentale, ha fatto figli. I nazisti lo uccidono in carcere e lui diviene figura leggendaria e riferimento per generazioni.
Dice Scurati, ritirando il Premio, che il nostro problema nazionale, oggi è vivere troppo sul presente, di aver dimenticato con troppa superficialità. A ciò si rimedia scrivendo? Sembra che questa scelta del “Viareggio” voglia tentare il recupero. Tutti i libri ci rimandano all’indietro. Fa eccezione “Cattivi” di Maurizio Torchio che affronta il tema degli ergastolani, questi uomini condannati al vuoto, a invecchiare senza speranza. Anche questi sono vittime del passato. Il passato è il fantasma che s’aggira quest’anno nei libri impegnati e discussi.
Così, riandando al tempo struggente di un amore che fu, vince per la Poesia, Franco Buffoni, appassionato e, sonoro e dolce. Vince nella Saggistica un professore di Siena, Massimo Bucciantini, che rievoca le dispute sul monumento in Roma a Giordano Bruno, dispute tra cattolici e massoni, che rammentano ciò che avvenne anche a Viareggio per il monumento a Shelley. Furono anche quelli tempi simbolici; oggi, gli estremisti islamici, distruggendo templi e chiese in Siria, chiariscono con veemenza quanto siano, i monumenti, portatori di valori e segni di civiltà.
Aria freschissima nelle pagine di Jhumpa Lahiri, autrice di “Altre parole”, vincitrice del “Viareggio-Versilia”. La bella, accattivante, coltissima, Lahiri, di origine indiana, trapiantata a New York, scrittice in inglese, vincitrice di un Pulitzer, anni fa s’incapricciò dell’italiano. Venne a Firenze, poi a Roma e tentò d’imparare a parlare eppoi a scrivere con questo nuovo, per lei bengalina, linguaggio. Che delizia leggere le sue aspre esperienze coi congiuntivi, gli avverbi, i veri tranelli ortografici dell’italiano. Davvero un libro eccitante, una scelta encomiabile di Simona Costa, presidente del “Viareggio”.
Simona Costa dunque passa l’esame con lode. Gli è che il “Viareggio” ha un passato, glorioso, tempestoso, eclatante. Lo ideò Leonida Repaci che era, non un professore, bensì un giornalista commediografo scrittore che aveva la testa di un vulcano e sapeva fare clamore. Quando metteva assieme la giuria puntava su nomi di effetto, pensava alla grande. Il “Viareggio” di ora è buono nei risultati, però, giornalisticamente, non sfonda. Non va sulla stampa né sulla tv nazionale. Perché? Intanto perché la Costa non è dotata di contributi, cioè non ha che pochi spiccioli da spendere. Eppoi perché si è troppo innamorata della formula “festa di laurea”, componendo la giuria con nomi, per carità, di degnissimi studiosi, ma il “Viareggio” aveva una giuria “apocalittica”: Ungaretti, Montale, Guttuso, Zavattini, Sapegno, Flora, Buzzati, Piovene, Moravia, Pasolini...
La cerimonia al Principe ha visto la presenza di un discreto pubblico. Il “Viareggio”, dunque, ancora funziona e se funziona è un merito eroico della Costa e del suo staff, lasciati da anni, soli. Adesso che, come dice il sindaco Del Ghingaro bisogna “ripartire ripartire ripartire”, non si butti via il bambino con l’acqua. Ma s’irrobustica il bambino, visto poi che ha, il “Viareggio”, 86 anni portati bene.
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