La Patrimonio non ce la fa neppure a versare l’Iva
L’allarme dei revisori della società pubblica: si rischiano pesanti sanzioni e conseguenze penali Tutta ancora aperta la questione dei ventisette milioni di tributi non riversati al Comune
VIAREGGIO. Non definire in tempi rapidi la compensazione debiti-crediti tra Viareggio Patrimonio e Comune «potrebbe differire sensibilmente nel tempo il versamento dell’Iva. E, data l’entità degli importi, un tale modo di operare potrebbe - oltre ad esporre la società a pesanti sanzioni - avere anche conseguenze penalmente rilevanti». Lo scrivono i revisori dei conti della stessa Patrimonio, nella relazione dei primi del giugno scorso, a pochi giorni dall’insediamento del sindaco Giorgio Del Ghingaro che ha poi nominato liquidatore della società il commercialista lucchese Marco Marchi. Ma il problema non è solo quello evidenziato in queste righe della relazione. Perché - continuano i revisori - «qualora il Comune decidesse di approntare gli opportuni atti per procedere alla compensazione, per la Viareggio Patrimonio si verificherebbe il problema del reperimento delle somme necessarie per provvedere al pagamento dell’Iva a debito sul totale del credito compensato». Come a dire, insomma, che di soldi non ce n’è per la società il cui liquidatore è stato incaricato dal sindaco di verificare un fallimento, nonostante l’essere partecipata dal Comune “in house” renda difficile praticare questa strada, se non impossibile.
Il “nodo” intorno al quale si dibattono i rapporti tra Viareggio Patrimonio e Comune è ancora quello del mancato riversamento delle somme derivanti dalla riscossione dei tributi. Per un totale - così la cifra viene confermata dai revisori - di 27.124.660,30. La stessa che, nel 2014, fu oggetto di uno scontro tra l’allora ragioniere capo del Comune, Salvatore Santoro, e l’allora amministratore unico della Patrimonio, Gianluca Ruglioni. I revisori della società pubblica confermano che «gran parte dei debiti nei confronti del Comune deriva dal mancato riversamento di entrate per imposte riscosse per conto del Comune stesso». Un modo di agire - ricordano i revisori - «che questo Collegio ha più volte scoraggiato». E non da ora: «L’ha evidenziato sia nella relazione al bilancio 2012, sia nel corso di colloqui intercorsi con l’amministratore unico, sia nel corso di alcune assemblee sociali».
I revisori della Patrimonio, che hanno incontrato quelli del Comune, propongono un’analisi dei motivi che hanno portato al mancato riversamento. «L’ipotesi è che - scrivono - i mancati riversamenti possano derivare dalla necessità di fronteggiare i fabbisogni finanziari generati dalla gestione e non coperti da pagamenti relativi al contratto di servizio». È vero che nel corso del tempo la Patrimonio è diventata un vero e proprio “Comune2”, utilizzato - come scritto nero su bianco nella relazione del Mef - per aggirare il patto di stabilità. Ma è altrettanto vero, per esempio, che è la stessa relazione del Mef a portare alla luce il fatto che gli incentivi alla progettazione della convenzione lavori pubblici-Patrimonio venivano pagati dall’Ente pubblico e non dalla società “in house” come previsto. «I flussi finanziari generati dalla gestione - continuano i revisori - nel corso del tempo potrebbero essere stati insufficienti a far fronte al servizio del debito. Gli stessi importi del contratto di servizio, se insufficienti a coprire i costi, potrebbero a loro volta avere generato squilibri finanziari».
Il quadro descritto, alla fine, è quello di una Patrimonio che ha sempre più bisogno di denaro. Tanto che gli stessi revisori ricordano le parole del Mef, per cui una delle maggiori criticità è «il problema più generale relativo al mancato raggiungimento di un equilibrio finanziario delle società partecipate che ha obbligato le stesse a porre in essere operazioni di compensazione con l’Ente non sempre concordate e legittime».
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