Quel sogno esotico di Villa Argentina
In regalo con il Tirreno "Versilia, ville e storie". Protagonista è Villa Argentina: Francesca Rocco Oytana e poi la figlia di fecero costruire questo gioiello dove lavorò alle decorazioni anche Galileo Chini
VIAREGGIO. La villa “Argentina”, a Viareggio, tra via Fratti e via Vespucci, fu edificata nel 1865. Si era in pieno romanticismo, c’erano perfino in corso le storiche guerre contro l’Austria per l’unità d’Italia.
Ai bagni di mare erano già venuti Paolina Bonaparte, Massimo D’Azeglio, Alessandro Manzoni. In quell’anno i forestieri presenti furono 13.313, la città, via ferrovia, era stata collegata a La Spezia, s’era inaugurato lo stabilimento “Nettuno” dei fratelli Giuseppe ed Amedeo Barsanti. Un trionfo di arabeschi. Romanticismo perché? Perché circolava una filosofia di suggestioni e passioni, una mescola tra il pensiero positivo che incitava a risanare e valorizzare il corpo, la fisicità, il materiale uomo (si cominciò a costruire l’ospizio marino, presenti all’inaugurazione, nientemeno, i principi Amedeo ed Umberto, futuro re, di Savoia), ed una forte spinta rievocativa, così l’arte e l’architettura s’aggraziavano, si transumava dagli inglesi, tanti a Viareggio, il gusto all’ornato pre-raffaellita, al floreale, al decorativo fantastico. Risorgevano il neogotico e il rinascimento.
Tra le tante belle dame, in gonna lunga stretta in vita, col corpetto di pizzi e trapunte trinate (modello che già limitava parecchio la tradizionale crinolina) che si facevano adorare sulle rotonde al mare, ve n’era una, Francesca Rocco Oytana che proveniva dall’Argentina; era di schiatta nobile, di prosperità sicura.
Prese così sul serio il suo stare a Viareggio che, come già aveva fatto la Bonaparte, anziché venire in estate e sparire, volle acquistarvi un’area, accosto alla pineta, e vi fece costruire una villetta, semplice, modesta, tutta serrata nel verde che induceva lo sguardo al mare ed ai monti.
Poi per timore che le costruissero accanto la Oytana, ch’era baronessa ed amava passeggiare in solitaria, comprò un vasto giardino nella pineta, vi disegnò aiuole ampie, vi piantò alberi centenari e siccome lei veniva dal SudAmerica, esotico e rutilante, pose a dimora anche la pianta del corallo (che ancora esiste e adorna di colori intensi la villa), pianta di pampa che dà grossi fiori rossi, ammiratissimi.
Ma non era ancora la Viareggio succulenta, quella di fine Ottocento, quella che il conte Boni, in arte “Cravache” avrebbe, come Proust per Coubourg, letterariamente esaltato e pettegolato.
Nel 1864 c’era stata in Viareggio un’epidemia di colera che aveva fatto decine di morti, eppoi l’attività principale era semmai il porto, con 198 velieri (15 brigantini-goletta, 9 golette, 81 tartane, 8 leuti, 12 bovi, 12 navicelli, 60 paranze, 1 cutter). E la marineria voleva dire sì traffici importanti ma anche duro lavoro e, spesso, sciagure. Insomma severità, diffusa. La villetta “Argentina” restò, allora, per lunghi anni appartata e nascosta. Ma dopo, a fine secolo, soprattutto col Novecento, ecco a Viareggio esplodere il turismo, ecco il “Nettuno” acquisire l’imponente facciata dell’Expo milanese, ecco alla Oytana succedere la bellissima figlia Josephine, sposa del ricco barone piemontese di Sant’Elia. Famiglia di blasone e alto censo.
E la Josephine, ambiziosa, non si contentò più di abitare una casa quasi di campagna. Volle farne una reggia, lo spettacolo per eccitanti tanghi. Viareggio, col Novecento, ben lo hanno studiato la Adriana Giusti, Francesco Borrella, Antonella Serafini, Paolo Fornaciari, Alessandra Belluomini Pucci, Giorgio Polleschi, divenne la mecca dell’edificazione balneare, un grandioso palcoscenico di stili effervescenti.
Giganteggiò, tra tanti, il viareggino ingegner Alfredo Belluomini (al quale si devono palazzi e ville mirabolanti). E con lui emerse un grande artista fiorentino, Galileo Chini, ceramista, pittore, che affrescò perfino il palazzo reale del Siam. Josephine Oytana di Sant’Elia ricorse proprio al Chini e per effigiare la facciata della sua villa.
Che, intanto, s’era ingigantita ed aveva acquisito un salone da ballo prezioso di specchi e pitture. Josephine non indossava più crinoline, certo.
Era appena stato abolito in Francia (ad opera di Paul Poiret), il busto ingessato. E trionfavano le tuniche che davano alle donne slancio, le rendevano alte, sottili, coi capelli corti adornati di nastro.
Era il trionfo dell’Eleonora Duse. Era la conquista della jupe entravée, gonna lunga e dritta che portava la cintura sotto le ginocchia e rendeva la signora al “bel mondo”. Chini decorò questo tempo, Chini mise, sulla facciata della rifatta villa “Argentina”, putti rosati, festoni e limoni. La affiancò ai suoi successi arabescati, il gran Caffè Margherita, la facciata della “Misericordia”.
E la fascinosa Josephine poté ricevere, tra i fiori di corallo rosso, quella mondanità cosmopolita, che ormai frequentava in massa il Grand’Hotel Royal e il leggiadro Kursaal.
Ed era ebbra di avventure, glorie, tanghi figurati, amplessi, festosità.
Tutto fin+ con il Dopoguerra. Venne il Boom economico. Decine di casa diventeranno affittacamere con pasti. E le ville, le più belle e grandi, spariti i signori, vennerop trasformate inhotel e pensioni. Accade a villa Manetti, poi diventata l’hotel Metropole, poi villa Tina. Accade alla stessa villa Argentina, che diventò un hotel di seconda categoria, mantenendo la stessa, emblematica insegna.
Fino agli anni Ottanta, quando il modelle della pensione familiare viareggina declinò, insieme al suo pubblico fatto di famiglie ex contadine di Montemurlo e Quarrata.
Anni di declino, con lo spauracchio che anche questo simbolo di Viareggio diventassero miniappartamenti.
Poi la svolta grazie alla Provinca di Lucca. Oggidì la villa “Argentina” è stata ben riassestata, grazie a Stefano Baccelli e Andrea Palestini, esponenti dell’amministrazione provinciale. E restituita a Viareggio come un delizioso tesoro. Speriamo che duri bellissima.
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