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Io che ho fatto lo scrittore perché non avevo il Porsche
Con la sua solita ironia lo scrittore versiliese Fabio Genovesi si racconta in pubblico E confessa l’amore smisurato per il suo paese: «Con Forte dei Marmi io mi ci sposerei...»
CRISTINA BULGHERI. Arriva in sella alla sua fidata bici, Fabio Genovesi, sotto i pini della Versiliana. E questa volta lo fa in veste di ospite di quel Caffè che in passate edizioni lo ha visto invece in veste di conduttore. "Scrittore a chilometri zero" così viene definito: amato da quella Versilia che immancabilmente fa da scenario ai suoi libri e per la quale nutre un affetto smisurato, fino a dire che «con Forte dei Marmi io mi ci sposerei».
Così, prima di Chi manda le onde, è stato per Versilia Rock City, Esche vive e ovviamente per Morte dei Marmi «che - svela Genovesi - il suo titolo lo deve ad Andrea Geloni, titolare della libreria Nina di Pietrasanta, che tirò fuori questo gioco di parole il giorno che annunciai la firma con Laterza per un libro sul mio paese. Distrattamente mi disse "Perché non lo intitoli ’Morte dei Marmi’?. Da tempo cercavo un titolo e quello mi piacque tantissimo, anche se fu dura farlo accettare alla casa editrice che riteneva la parola "morte" più adatta ad un libro giallo».
Al Caffè della Versiliana - ennesima tappa di un tour lunghissimo, che lo ha visto girare l'Italia in lungo e in largo - Genovesi ha parlato del suo ultimo libro Chi manda le onde, vincitore del Premio Strega Giovani e finalista al Premio Strega tradizionale. Racconta al suo pubblico, quello di casa, le storie di Zot e Luna, di Serena e Sandro - i personaggi del romanzo - e tanti aneddoti che si sono accumulati nei quattro anni della stesura del libro e che spesso sfuggono all'ufficialità.
Come il fatto che "il Genovesi" - così come lo appellano a Forte - è solito scrivere la mattina, appena desto, senza neanche fare colazione, solo un caffè al volo poi via a testa china sui fogli bianchi. Al mattino non risponde al telefono, ai messaggi, alle chiamate: scrive e basta. «È il mio lavoro: proprio come un muratore. Ogni giorno un pezzo di muro. A volte va bene, a volte va male e allora c'è da rifare tutto. Scrivo a penna sulla carta, tante storie legate ai personaggi che e poi rimetto insieme cercando di legarli l’uno all’altro. Ma che continuo anche a ritoccare ogni volta che ribatto quanto ho scritto a penna sul computer e ogni volta che rileggo. Persino se faccio correzioni e potrei usare il “copia e incolla”, io non ce la faccio e ribatto tutto il capitolo perché mi sembra che venga una cesura troppo evidente. Scrivo e riscrivo il romanzo almeno cinquanta volte. Non mi fido e allora l'editing lo faccio io, così come le traduzioni, almeno quella dall'inglese: per quella dall'israeliano invece sono costretto ad arrendermi all'intervento altrui».
Meticoloso, attento, fin quasi puntiglioso. Così di pagina in pagina e riscrittura in riscrittura sono passati quattro anni prima che il romanzo arrivasse in stampa alla Mondadori: «Meno male - commenta con la sua solita ironia - che firmo i contratti senza data di scadenza! La mia editing mi chiamava di tanto in tanto chiedendomi a che punto stavo o cercando di strappare qualche anticipazione sul finale: il problema è che non lo sapevo neanche io. Ho scritto più di mille pagine sui miei personaggi fuori da ogni schema e da ogni griglia, senza sapere che cosa succedesse di preciso o dove si andasse a finire. Anche perché se avessi avuto tutto già chiaro su svolgimento e finale immaginate come mi sarei annoiato in tutti questi quattro anni! Non si può imporre ai personaggi come comportarsi, è come imporre ai figli cose che non vogliono fare: poi ti odiano. Anche i personaggi di un libro alla fine possono odiarti».
Del resto Genovesi lo confessa: quando scrive, una storia in mente non ce l'ha, anzi ama tanto il modus narrandi tipico degli anziani, così ricco di divagazioni e incisi che «se il Signore mi farà vivere fino ad 80 anni - annuncia - sono convinto che solo allora scriverò il mio miglior romanzo».
Intanto continua a guardarsi intorno e a "rubare" storie in qua e là «per lo più storie di "storti", tali sono infatti un po' tutti i miei personaggi: ma se ci si pensa bene - avverte - sono quelli che alla fine restano in piedi, proprio come sono rimasti in piedi il 5 marzo dopo la tempesta di vento che ha devastato la Versilia, gli alberi meno dritti e affusolati, quelli più selvatici, perché intrecciandosi tra loro e appoggiati l'un l'altro hanno potuto resistere alle raffiche».
Storti e "poveri": perché è proprio il contrasto con l'immagine tutta ricchezza e eleganza che Forte dei Marmi si porta dietro, a far gioco alle sue storie, a dare corpo e carattere ai suoi personaggi. «Perché - spiega ancora Genovesi - a Forte, non essere ricco è certo che ti identifica: quando sei piccolo, andare a stare nella casetta di canniccio con l'eternit sulla testa e vedere il bambino milanese nel giardino con il pony, un po' ti fa capire come è la vita. Così come quando tutti vanno a prendere le ragazze con il Porsche e tu hai solo un motorino. Cosa succedeva? Le ragazze salivano sul Porsche e io restavo a casa da solo:è forse per questo che ho cominciato a scrivere».
E a tradurre. «Ho tradotto tantissimi romanzi americani solo per me, senza che nessuna casa editrice me lo chiedesse. Tradurre ti aiuta a capire e usare meglio la tua lingua, ad evitare le frasi fatte, i discorsi scontati, gli schemi precostituiti e ad avere una scrittura più libera».
Libera anche dai social: in Chi manda le onde non esistono i social network, non c'è Facebook né Twitter né Instagram «semplicemente perché nella mia testa non esistono i social. Io scrivo a penna su carta e penso che se Renzo avesse mandato un sms a Lucia non ci sarebbero I Promessi Sposi, così se Romeo avesse inviato un twitter a Giulietta, e l'Iliade con il navigatore sarebbe durata si e no, cinque giorni. Il mio sogno - annuncia Genovesi che ha in cantiere un blitz a Roma per registrare la lettura in prima persona di "Chi manda le onde" e farlo diventare un audiolibro - è quello che dai miei romanzi nascesse un movimento per abolire social e telefonini. Se lo facessi da solo, più che "storto"ora come ora mi prenderebbero davvero per matto».
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