Meteo
Cardoso, il sorriso della rinascita dopo l'alluvione del '96
Due gemelline come mascotte, a dieci anni dal disastro dell'alluvione che devastò la Versilia
Così sul Tirreno del 19 giugno 2006
****
Cinque milioni e mezzo di metri cubi di pioggia, caduta nelle ultime sei ore, piombarono a valle improvvisamente, per qualche minuto trattenuta a stento dalle dighe che quel rivolo di fiume, il Cardoso, formò naturalmente, nell'ultimo tentativo di evitare la tragedia. Un'onda che lo scultore Gianfranco Tommasi ha plasticamente riprodotto nel pezzo unico che è divenuto l'ambone della chiesa del paese: l'acqua che diventa pietra, un arco sinuoso che travolge le quattordici vittime, tra cui due bambini, i cui nomi sono incisi nel piedistallo dell'opera.
Oggi Cardoso è illuminato dal sole di un'estate tardiva e mille volte annunciata. La luce della vita splende sul volto di due splendide gemelline, Ginevra e Virginia, sedute a fianco nel passeggino, immagine-simbolo di un paese tornato a vivere, a popolarsi, voglioso della memoria come della quotidianità e della speranza: «In cima al Cardoso - recita la strofa - c'avevino la Piletta, dove si tuffavino e notavino come al mare, ma erino boni in poghi...» Si potrebbero cantar meglio l'intraprendenza versiliese, la volontà montanara, la semplicità apuana? Sono le virtù di un popolo messo a dura prova da un evento calamitoso difficilmente prevedibile, destinato a portare morte e distruzione e a incidere profondamente sulla vita di chi è rimasto.
Oggi il paese è trasformato, riconoscibile per pochi tratti dell'ambiente e del paesaggio: la strada che sale da Ponte Stazzemese, la gola di monte che si apre sui paesi di Pruno e Volasco, che stanno appena più in alto, la chiesa che fu il punto di ritrovo degli sfollati di quella notte, in attesa dell'evacuazione successiva. «L'alveo del fiume, che era di appena cinque-sei metri - dice il sindaco Michele Silicani - è stato allargato. Oggi è di almeno otto-nove metri. Le case che furono spazzate via dall'ondata di piena, che avevano le fondamenta sul greto del fiume, sono state ricostruite più indietro rispetto all'argine. Le opere di protezione sono state completate, quelle di ricostruzione vanno avanti».
Si è lavorato molto e bene a Cardoso. E' difficile tornare a distanza di dieci anni su un luogo toccato da una catastrofe e sentire la gente che parla bene, anzi con entusiasmo, dei propri amministratori. «Chiti e Fontanelli - dice Raimondo Bertellotti, ma è il parere di tutti - sono stati bravissimi. Non furono soltanto i commissari della ricostruzione, la loro presenza qui fu costante, determinante per infondere fiducia e per dare un aiuto anche pratico». «Del resto sarebbe stato facile lasciarsi prendere dallo scoramento», dice Maria Cristina Bertellotti, la madre delle due gemelline e di un altro bambino di otto anni, il primo nato dopo l'alluvione «perché qui in poche ore si cancellò un paese, andarono infranti i sogni di una vita». La giovane racconta volentieri il suo sogno spezzato: «Il giorno prima eravamo andati in comune, io e il mio futuro marito, per fare i fogli del matrimonio. Fino ad allora avevamo abitato ad Azzano, ma avevamo visto una casa a Cardoso, dove abitano i miei e ci sarebbe piaciuto prenderla in affitto. Ma quella valanga di acqua e terra danneggiò gravemente anche quell'abitazione e quindi abbiamo dovuto cambiare programma. Decidemmo di abitare nella casa dei miei genitori».
La sfida, dieci anni dopo, è praticamente vinta. Non soltanto perché molti sono tornati e la popolazione si è assestata intorno ai 300 abitanti. Ma soprattutto perché il paese è tornato a nuova vita, con le case costruite con pietre a vista, i terrazzi ornati dai fiori, gli uomini che lavorano nelle cave e tornano a casa a metà pomeriggio. Le immagini di quel giorno di dieci anni fa sembrano lontane anni luce: la folta vegetazione riflette ombre fresche punteggiate dai fiori che danno il nome ai luoghi, il cardo romano, il pruno. Un grande giardino a cielo aperto, che d'estate diventa luogo di refrigerio dalle assolate spiagge versiliesi. Non fu così in quel giugno di dieci anni fa, in cui l'estate fu preceduta da una serie di temporali. Il ricordo è ancora scolpito nella mente di tutti. «Erano pochi minuti prima delle 14 - ricorda Tulio Pierotti, titolare della pizzeria “Il cardo” - quando venne l'onda che spazzò via tutto. Per qualche minuto si era pensato che il peggio fosse passato. Io ero sul tetto del locale, che avevamo inaugurato da un mese, insieme ad un ragazzo del paese in licenza militare. Continuava a piovere ma il livello delle acque scendeva. Poi, all'improvviso, come una catapulta, venne un'onda gigantesca, eppoi altre. Anche quel posto in cima al tetto sembrava troppo basso. Rimanemmo lì tutta la notte. Il ragazzo che era con me inizialmente fu dato per disperso, mia moglie fu sorpresa dall'alluvione mentre tornava a casa in auto. La rividi alle 11 del mattino dopo, era scampata alla morte rifugiandosi in una casa».
Dall'altra parte della strada la tragedia fu vissuta con la stessa angoscia. Albarosa Vincenti era in casa da sola. Stava telefonando alla figlia, che era andata Montignoso, quando l'onda spazzò via la linea telefonica: «Mi affacciai alla finestra e vidi auto trascinate dall'acqua e dal fango come fossero gusci di noce. Eravamo isolati, parlavo a cenni con i vicini di casa affacciati alle finestre. Mio marito tornò la mattina dopo, percorse le Selve, ma non ce la fece ad attraversare il fiume e rimase a dormire nel ristorante del Monte Forato». Quel che è avvenuto dopo è fatto di calce, mattoni, tanta buona volontà ma anche grande solidarietà. Nicoletta Aloisi è un'altra giovane donna che ha creduto nella rinascita di Cardoso. E' venuta ad abitare qui dopo l'alluvione, tre anni fa, insieme al marito, che fa il camionista. Vive nella piccola frazione di Vallinventri e a novembre diventerà mamma. «Prima di stare qui abitavo a Seravezza - dice - e qui ho trovato quel che cercavo. Il paese è unito, c'è un senso di comunità della gente. Il ricordo della tragedia è vivo nella mente di tutti, ma c'è voglia di andare avanti. Sono contenta di aver scelto Cardoso».
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:foto-e-video:1.2986257:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/foto-e-video/2011/06/17/fotogalleria/15-anni-la-l-alluvione-che-distrusse-cardoso-1.2986257]]
La solidarietà, come l'amore, è quel che tutto muove. Qui la vicinanza al lutto, la voglia di ripartire si è misurata in mille modi, dagli interventi degli elicotteri che la sera stessa evacuarono gli abitanti portandoli negli ospedali, nel centro di accoglienza al campo sportivo del “Marzocco”, all'ora di stipendio che tutti i lavoratori toscani destinarono alla ricostruzione. «Qui si lavora ancora attingendo a quei fondi» dice il giovane assessore Rodolfo Pierotti, mentre ci mostra il cantiere del Palazzetto. E' la vecchia casa del fascio, che prima dell'alluvione ospitava l'Archivio storico e un piccolo teatro. Ci lavorano muratori e manovali meridionali, stanno rimettendo in piedi forse l'immobile più importante del paese. Diventerà la sede della biblioteca comunale, ma avrà anche una sala congressi, un teatro, un'aula multimediale, spazi per le associazioni del paese.
Ogni giorno un problema. Forse anche di più. Il marciapiede è invaso dalle bombole del gas e dunque bisogna provvedere per metterle in sicurezza, il cantiere del Palazzetto è privo d'acqua. E potrebbe sembrare un paradosso, accanto al fiume che scorre balzellando verso valle, il Cardoso che un giorno di dieci anni fa fece la faccia feroce, straripò dagli argini, spazzò via i boschi e le case, disseminando altre croci su quella montagna che ogni tanto lava con il sangue innocente le ferite inferte alla natura.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
