Il Tirreno

Versilia

La vita spezzata da un ubriaco al volante

di Donatella Francesconi
La vita spezzata da un ubriaco al volante

Chi ha ucciso Valentina Prisco non l’ha nemmeno vista La madre: troppi giovani rischiano la stessa fine

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MARINA. «Mercoledì sono due anni. Ma io non mi fermo. Vado avanti». La telefonata in redazione è di quelle che gelano il sangue. Dal 20 maggio 2013 Valentina Prisco, che aveva solo 27 anni, non c’è più. Uccisa sul viale a Mare, appena uscita dall’ “Ostras” insieme agli amici con i quali si era divertita. Un’auto, guidata dal trentenne Matteo Mazzetti, ubriaco alla guida - è la sentenza a fissarlo, incancellabile, per sempre - l’ha fatta volare in aria dopo averla investita, mandandola a sbattere sull’asfalto con la nuca. Gli organi della giovane donna, morta trentadue ore dopo l’incidente, vivono in altri copri. E sua madre si batte, straziata e determinata allo stesso tempo, perché l’Italia approvi la legge che introduce l’omicidio stradale là dove la morte causata sia colpa di chi si è messo al volante con alcol o stupefacenti in corpo.

«Voglio dire a quella mamma di Pietrasanta che sono con lei». Maria Luisa Secchi è così: diretta anche nel mettere il suo dolore di fronte agli occhi del mondo per costringerlo a non girare la testa. Madri di Viareggio, come Daniela Rombi (la figlia Emanuela Menichetti, bruciata viva nella strage di Viareggio) e Gloria Puccetti (il figlio Matteo Valenti strappato alla vita dal fuoco di un incidente sul lavoro). Madri che non si chiudono in casa a piangere. E anche quando lo fanno trasformano le lacrime in preziose gocce di forza per tutti.

La mamma di Pietrasanta è quella che ha denunciato pubblicamente in che condizioni alcoliche ha ritrovato il figlio appena quattordicenne, lasciato uscire per una sera con gli amici. «È una vergogna - continua Maria Luisa -: ma chi ha dato da bere ad un ragazzino di appena quattordici anni?! Si deve sapere, per la miseria!».

La signora Secchi si è sentita anche con la mamma di Manuele Iacconi, ucciso a colpi di casco in via Coppino, la notte di Halloween 2014. Le due famiglie si conoscono. Ma non è solo quello che spinge Maria Luisa a parlare: «In Darsena ogni fine settimana picchiano qualcuno o si accoltellano. Seguo con attenzione le cronache. Ma è possibile che non si riesca a mettere delle regole per evitarlo?! Non è bastata la morte di Manuele?».

Ieri pomeriggio mamma Luisa e Sara, sorella di Valentina, sono andate sul viale a Mare, nel punto dell’incidente. Ed hanno “rinnovato” il palo che da due anni accoglie fiori e messaggi che ricordano la ragazza sorridente e serena che era Valentina Prisco.

La condanna. «È indubbia la gravità della colpa dell’imputato», si legge nelle motivazioni emesse dal giudice dell’udienza preliminare, Silvia Mugnaini (rito abbreviato) il 16 giugno dello scorso anno. Imputato che «con quel tasso di etanolo in corpo non era certamente in grado di guidare in modo lucido e con la dovuta diligenza. Tanto che per sua ammissione il pedone non l’ha proprio visto». In ogni caso, «la colpa dell’imputato consiste nel non avere tenuto una velocità consona alla situazione e allo stato dei luoghi». E se gli amici che erano con Mazzetti hanno dichiarato che la Golf procedeva a «velocità moderata» al momento dell’impatto con il pedone, il giudice scrive: «È un dato di fatto che l’urto con il pedone è stato molto violento, tanto da sbalzare in aria la ragazza e da farla cadere dietro al veicolo. Il che depone per un’andatura non certo congrua rispetto alle pessime condizioni metereologiche che rendevano l’asfalto viscido e diminuivano la visibilità». L’andatura ideale - lungo una strada affollata di persone che lasciavano i locali e in mezzo ad un’acquazzone - «sarebbe stata quella a passo d’uomo», mette nero su bianco la sentenza del Tribunale di Lucca che ha condannato Mazzetti 2 anni e 4 mesi, più 8 di arresto, con confisca dell’auto e revoca della patente.

Di nuovo in Tribunale. Il giovane fiorentino ha presentato ricorso in appello: «Ma con che coraggio?», si chiede la madre di Valentina. «Ma se torniamo in aula, allora io questa volta voglio sapere perché ha spostato l’auto dopo aver investito mia figlia, tanto che non si riesce a determinare il punto di impatto. E pretendo la verità anche su quella telefonata che Mazzetti ha fatto appena dopo l’incidente. Chi ha chiamato?».

Maria Luisa si è impegnata nella campagna per l’approvazione della legge sull’omicidio stradale “sposando” il lavoro dell’associazione “Lorenzo Guarnieri”, dal nome del giovane fiorentino ucciso al Parco delle Cascine da un uomo di 45 anni che guidava ubriaco e drogato e lo ha investito in pieno uccidendolo sul colpo quando il ragazzo aveva appena 17 anni e mezzo.

L’impegno. «Il padre di una ragazza di vent’anni mi ha raccontato di essersi appostato fuori dal Seven dove la notte c’è un grosso furgone che vende panini e da bere. I ragazzi e le ragazze traversano la strada in continuazione ai piedi del pone e le auto non vedono i pedoni. È un punto pericolosissimo ed è necessario che qualcuno intervenga. Due/tre mesi c’è già stato un investimento». Ed ancora, la forza ed il dolore che si alternano: «Valentina ha tenuto in braccio Aurora Francesconi piccolina, la bagno “Arizona”». Aurora che non c’è più, quindicenne con il sorriso ancora bambino che un incidente rimasto ad oggi senza responsabili s’è portato via per sempre lo scorso luglio. «I suoi genitori non sanno ancora chi è stato e io non riesco a farmene una ragione», sono le parole della signora Secchi.

Nessun perdono. Che non perdona. E lo dice chiaro: «Il consiglio che mi danno è quello di farmene una ragione. Ma questo non è possibile. Come non è possibile perdonare. È possibile, invece, ottenere una legge che renda giustizia a tutte le vite straziate da chi non ha pensato agli altri quando ha spinto l’acceleratore dopo aver bevuto alcol o aver assunto stupefacenti».

Mamma Luisa è volontaria all’Uovo di Colombo, stravede per la piccola pattinatrice figlia di Sara, e assiste a matrimoni e nascite nelle giovani famiglie delle amiche di Valentina che da poco conviveva con il fidanzato. Nel giro di poco anche quella figlia che al mare «diventava un tizzone con un’ora di sole», e che al lavoro nello studio commerciale dove era segretaria tutti apprezzavano, avrebbe messo su quella famiglia che i suoi genitori non vedranno mai. Non c’è dolore che possa essere paragonato a questo. Uno strazio che non ha tregua, due anni oggi come quella maledetta alba in cui il telefono squillò. ma che Maria Luisa ha scelto di vivere in pubblico. Al fianco dell’associazione “Guarnieri”, con il “Comitato non la bevo”, ad alzare la voce e la foto della sua Valentina tutte le volte che tocca ad un’altra famiglia. O, come nel caso della denuncia della madre di Pietrasanta, quando c’è da battersi per una movida che non conti, sera dopo sera, morti e feriti tra i giovani versiliesi.

«A venti metri dalle strisce pedonali - così Maria Luisa al termine dell’incontro con il “Tirreno” - in Gran Bretagna chi è alla guida già rallenta. Chi ha ucciso mia figlia, invece, è arrivato fino ad investirla senza averla neppure vista, come scrive il giudice nella sentenza che non farà fare al colpevole neppure un giorno di carcere. Ma io non mi rassegno, non me ne faccio una ragione, ma voglio la verità e vado avanti. Per la mia splendida bambina e per tutti gli altri». Sarà qualcun altro a doversene fare una ragione...

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