Parla lo zio di Lorenzo Piagentini: «Era bruciato dentro»
Davanti al tribunale di Lucca Stefano Doveri racconta l’incontro con il piccolo di 17 mesi al Pronto soccorso del Versilia. Gli altri testimoni: fu l’inferno
VIAREGGIO. L’aula ammutolita, in un silenzio irreale, ad ascoltare il racconto che neppure le lacrime possono interrompere. Non siamo più nell’aula del Polo fieristico di Lucca. Non ci sono avvocati, giudici, codici, cavilli. Siamo al Pronto soccorso pediatrico dell’ospedale Versilia, la notte del 29 giugno 2009, mentre una parte di città brucia. Siamo tutti quella anestesista che deve intubare un piccolino di diciassette mesi appena, completamente bruciato. Siamo quest’uomo che parla, oggi, del suo essere allo stesso tempo sia zio che sanitario, di fronte a Lorenzo Piagentini in procinto di essere trasferito al Meyer di Firenze.
«C'era un corpicino sul tavolo ed era mio nipote - racconta Stefano Doveri, cognato di Marco Piagentini -. Siamo abituati all’intesa in sala operatoria e guardando il medico capii... Mi avvicinai mentre lo stavano stabilizzando. Quando l’anestesista cercò di intubarlo vidi quello che non dovevo: la cavità orofaringea, che è di solito è di un bel rosa vivo, era completamente nera...Ho realizzato in quel momento che il viaggio con l'elicottero sarebbe stato inutile...».
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.9196244:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2014/05/10/news/quella-strage-cosi-evitabile-1.9196244]]
Doveri completa l’assistenza al più piccolo dei suoi nipoti (la moglie è la sorella del loro padre) «fino a che non venne stabilizzato. Poi ricominciai a cercare il resto della famiglia». La prima di cui ha notizia è Stefania Maccioni, madre dei piccoli e moglie di Marco: «Mi dissero che era stata trasferita a Cisanello, in condizioni disperate.
Nel nostro ambiente sappiamo bene cosa sono le condizioni disperate». Nel blocco operatorio Doveri cerca Marco, Luca, Leonardo: «C’erano dieci persone in attesa di essere stabilizzate per essere trasferite agli ospedali di tutta Italia. Un poliziotto dell'ospedale mi chiese cosa cercavo».
Sono le tre e mezzo di notte, e l’area intorno alla stazione brucia da mezzanotte: «Mi vidi venire incontro un poliziotto ed un funzionario di polizia - continua il racconto - che mi chiesero se mio cognato avesse una Renault Scenic». Quando Doveri chiede il perché della domanda, la risposta è agghiacciante: «Perché dentro c'è un bambino carbonizzato...». È Luca, cinque anni, il primo ad essere portato fuori di casa appena esploso l’inferno. «Mi crollò tutto addosso», ricorda lo zio: «Ma nel frattempo arrivò Leonardo (il fratellino più grande, salvato da sotto le macerie della sua abitazione, ndr) che mi vide e mi disse “zio”».
La vita e la morte che si alterneranno per mesi. In chi resta e in chi lotta in un letto d’ospedale. Per giorni o mesi. Cosciente della propria condizione, come Emanuela Menichetti, morta a soli 21 anni il 10 agosto. Davanti al Collegio del Tribunale di Lucca, presieduto da Gerardo Boragine (con i collegi Nidia Genovese e Valeria Marino) Giorgio Puntoni, esperto di medicina legale, testimonia: «In quaranta giorni di ospedale c'è stata più volte, da parte di Emanuela, la consapevolezza della propria condizione»
Emanuela, Lorenzo, Luca, Stefania e tutti i trentadue morti nella strage - che oggi vede a processo Ferrovie con le sue imprese ed i loro vertici, Gatx, le officine Jungenthal e Cima riparazioni per i numerosi capi di imputazione formulati dalla Procura di Lucca dopo tre anni di indagini - sono passati in quello che Alfredo Barsanti, sopravvissuto solo per la posizione della sua abitazione all’angolo con via Bottego, definisce «un forno».
E Stefano Tognocchi, residente nei palazzi di largo Risorgimento che sono stati danneggiati, aggiunge: «Via Ponchielli era un inferno, un fuoco incredibile, non so come abbiano fatto i pompieri a buttarsi dentro quel fuoco... Vedevo persone completamente nude, bruciate, nere, come non avessero più addosso neppure la pelle. Era un fuoco quasi innaturale quello dentro le case, di una violenza inaudita, come se ci fosse un sifone che lo sparasse...».
«Mia cognata Stefania voglio ricordarla bella com'era», conclude Stefano Doveri rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile, Graziano Maffei. Bella nei cuori di tutti, insieme ai suoi bambini amatissimi.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

