Il Tirreno

Versilia

Così Viani raccontava gli orrori della Grande Guerra

di PAOLO FORNACIARI
Così Viani raccontava gli orrori della Grande Guerra

A Villa Argentina ultimi due giorni per ammirare una mostra da non perdere

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di PAOLO FORNACIARI

Ultimi due giorni per visitare la mostra “La Grande Guerra di Lorenzo Viani – Viareggio, Parigi, il Carso. Pittura e fotografia della Grande Guerra in Lorenzo Viani e Guido Zeppini”, aperta il 6 dicembre scorso, che inaugura il programma di iniziative culturali ospitate nei locali di villa Argentina, restituita alla città grazie al complesso restauro compiuto dalla Provincia. La villa, tornata allo splendore originario dopo anni di abbandono, rappresenta il segno che documenta il gusto di un'epoca, quasi una sorta di monumento del periodo aureo del "liberty" viareggino. Costruita nel 1925 da Francesco Luporini per conto di Raffaello Panelli, l'anno dopo fu acquistata dalla signora Francesca Racca Oytana che ampliò la costruzione con l'aggiunta di un ampio corpo di fabbrica, in adiacenza all'edificio originale, sul lato della via Fratti. Nella licenza di costruzione, presentata per conto della signora Racca dall’ingegner Alessandro Lippi, si legge per la prima volta la denominazione di Villa Argentina e si nota nel disegno del prospetto, in modo non ancora definito, la presenza di decorazioni che scandiscono la successione delle aperture architravate. Proprio queste decorazioni ceramiche sono uno dei pregi che caratterizzano la Villa. Opera di Galileo Chini, presentano motivi geometrici che si alternano a pannelli policromi con composizioni vegetali, a putti che sorreggono cesti di frutta e uccelli che beccano grappoli d'uva.

Altro pregio della Villa sono gli affreschi parietali interni, un intervento notevole per dimensioni e valore artistico, che si fonde con gli elementi decorativi esterni quasi a costituire un pregevole unicum. Nel salone a piano terreno troneggia un dipinto raffigurante la scena del matrimonio persiano realizzato nel 1930 dall'artista sardo Giuseppe Biasi, figura importante del Novecento, per conto della baronessa Josephina Arborio Nella di Sant'Elia, allora proprietaria della Villa che nel 1939 fece eseguire lavori di ampliamento.

La mostra che chiuderà domani ricorda gli orrori della Grande Guerra attraverso le immagini, quasi un reportage dal fronte, del capitano medico e fotografo Guido Zeppini, e ripercorrendo l’esperienza di Lorenzo Viani soldato e la sua posizione nei confronti del conflitto attraverso le sue opere e i suoi scritti autobiografici. Viani in occasione dell’impresa coloniale di Libia si schierò contro la spedizione militare e nel 1912, insieme al sindacalista Alceste De Ambris e rispose ai versi “Tripoli bel sol d’amore, sarai italiana a colpi di cannone” con l’album di disegni “Alla gloria della guerra” (su iniziativa editoriale della casa editrice “L’Internazionale” e della Camera del lavoro di Parma), un’agghiacciante rappresentazione degli effetti drammatici dell’intervento armato che valse ai due autori una citazione in giudizio. Poi, si allontanò dalla posizione antimilitarista e nel febbraio 1915, durante una conferenza “sull’interventismo” tenuta al Politeama da Cesare Battisti, si schierò dalla parte del martire triestino contro i vecchi compagni anarco-sindacalisti presenti per impedire la manifestazione. La sera stessa Battisti ringraziò e abbracciò commosso Lorenzo Viani per questa sua forte presa di posizione. Nel 1927, in una lettera a Carlo Scorza, Viani scrisse: «Mi gettai a capofitto in mezzo agli imbestiati e fui calpestato e ferito».

Alcuni mesi dopo, il 25 maggio 1915, Viani si presentò al Distretto per arruolarsi volontario, ma a causa dei suoi precedenti politici non fu accettato. Italo Sottini, scrittore e sodale nel cenacolo culturale del Manipolo d’Apua, scrisse a Viani: «So che l’Autorità non ti ha lasciato partire ancora e va in lungo per rilasciarti il permesso di correre alla frontiera come vorresti. Mi permetterai di dirti senza adombrarti che l’Autorità ha una volta tanto fatto una cosa saggia non permettendo che un artista come te vada a correre il rischio di venire ucciso da uno sporco contadinaccio tedesco che puzza d’aglio lontano un miglio». Dovette attendere il 21 luglio 1916 per essere richiamato a vestire finalmente il grigio-verde. Dopo mesi di addestramento, prima a Genova poi a Piacenza, partì per il fronte dove “incontrò” la dura realtà della guerra, “sola igiene del mondo”, come la definì Marinetti.

In una lettera alla madre dalle trincee del Carso scrisse: «Scavo la terra a fondo, ma con allegria… Aspetto con rabbia il mio destino legittimo che è quello di distruggere le bestie dal piede piatto e dalla testa ferrata: gli austriaci e i tedeschi». Le immagini che vide che descrisse con piglio epico nei suoi scritti - «le strade erano convertite in una marea muggente di una folla dispersa, in mezzo alla quale le maschie figure dei soldati spiccavano come frammenti di sculture classiche» - e nelle sue opere, perlopiù disegni e carboncini realizzati su supporti rimediati nelle precarie situazioni del fronte (carta da batteria, bende e asciugamani), confermano il suo credo: «Non è l’artista che imita la natura, ma la natura che si modella sulle visioni dell’artista».

Viani, davanti allo spettacolo quotidiano della morte alterna sprazzi di esaltazione («Vorrei rendere l’ansia, l’inquietudine, la disperazione dell’animo mio. Vorrei incitare, vorrei gridare forte: O giovani la vita è bella nella libertà e nella lotta!») a momenti di paura e disperazione («Minestra cotta, ammarcita, piena d’acqua, con nella gola voglia di vomito. Sterco ammucchiato in un camminamento: freddo in tutto il corpo e voglia di fuggire. Pidocchi bianchi sulla camicia grigia… Piedi inzupparti d’acqua e fango: rassegnazione»). Il contatto con la tragica realtà della guerra, che pure aveva concepito come necessaria per la costruzione di un futuro di giustizia sociale, mette scompiglio nel suo animo: «Io qua scrivo come si fa la guerra, a ondate confuse come le ondate del mare nei giorni di libeccio…». E ancora: «Questa guerra mi dà l’idea della fine del mondo: lavarsi in una fossa tra il limo verde le bodde e i ranocchi, bollire i panni pieni di pidocchi in una latta, mangiare la minestra unta di lardo sulla pietra di un cimitero. Ovunque puzzo di sangue bruciato».

Lunedì 4 novembre 1918, alle 12, il generale Diaz, con il Proclama delle Vittoria, annunciò: «La guerra contro l’Austria Ungheria che l’esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse, ininterrotta ed asprissima, per 41 mesi, é vinta». Tre ore dopo l’urlo delle sirene echeggiò lungo tutto il fronte annunciando la fine delle ostilità. A Viareggio, come in tutte le città d’Italia, le campane suonarono a festa fino a notte fonda. Poi, quando l’11 novembre fu firmato l’armistizio che sancì ufficialmente la fine del conflitto, Viareggio accolse la notizia in piazza Garibaldi, decidendo di far sorgere, proprio in quel luogo, un monumento in onore e ricordo perenne dei viareggini che avevano combattuto ed erano morti perché “fosse raggiunto e celebrato il trionfo del Diritto sulla Forza”. Così, il 3 luglio 1927, in piazza Garibaldi fu inaugurato, dopo anni di ritardi e polemiche, il monumento ai Caduti per la Patria, opera di Lorenzo Viani e Domenico Rambelli che fonde nel bronzo plasmato dallo scultore faentino il primitivismo ideologico di Lorenzo Viani a quello plastico del Rambelli.

Sempre Viani nel 1929 pubblicò, per l’editrice Alpes, il romanzo autobiografico “Ritorno alla Patria”, dove l’esperienza della guerra è rappresentata come parentesi di una dolente e tragica quotidianità: «Cosa è per noi la guerra? Noi abbiamo fatto sempre la guerra, con la madre, coi fratelli, con gli uomini, con le bestie, la natura: siamo nati con la guerra nel sangue».

Oggi e domani

a Villa Argentina

orario 10-13; 15,30-18,30

ingresso libero

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