Il Tirreno

Versilia

Tutte le illegalità della Viareggio Porto

di Donatella Francesconi
Tutte le illegalità della Viareggio Porto

Il commissario prefettizio fa l’elenco di ciò che non va: posti barca ai parenti, nessun registro, gestione a discrezione

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VIAREGGIO. Un approdo da seicento barche senza registri di entrata ed uscita, «senza un’anagrafe delle imbarcazioni ormeggiate», dove «non si sa chi va a mettere lì la barca», con l’ormeggio «lasciato alla discrezionalità dei dipendenti». È la Viareggio Porto nella fotografia impietosa che ne fa il commissario prefettizio Valerio Massimo Romeo, oggi alle prese con il fallimento della società interamente pubblica. «Vi sembra una società sulla quale qualcuno abbia mai controllato?», è la domanda posta da Romeo. Che aggiunge: «Il registro delle imbarcazioni lo abbiamo messo noi: io ed i liquidatori». Prima Arabella Ventura, poi Eduardo Falzone, professionista con i piedi saldamente ancorati a terra.

Romeo non fa sconti, in un incontro con la stampa dai toni feroci che lo porta a definire quello con il quale è stata gestita la Viareggio Porto ed i relativi approdi «un sistema illegale che porta all’illegalità». Come ha peraltro portato alla luce un’indagine dei carabinieri sulla gestione del presidente Alessandro Volpe, scelto dall’amministrazione di centrodestra del sindaco Lunardini. «Trovatemi un solo porto in Italia che non abbia un registro delle imbarcazioni», tuona Romeo citando «gli approdi dati ai familiari, ai parenti dei parenti. Ne vogliamo parlare o no?».

Forse no. Se la politica locale è pronta a liquidare le ferite aperte ed i reati che ne sono espressione come fatti sui quali basta mettere una pietra tombale per essere certi che non accada come con gli zombie. Che a volte ritornano. Anche quando si era sicuri di aver cambiato strada, città, pianeta.

«Ci sarà pure una responsabilità da qualche parte?» si chiede e chiede Romeo, annunciando: «Io vado avanti anche nelle altre società partecipate». E rendendo noto, a chi fosse “stranito” per il suo agire, di aver perfettamente capito che le critiche anche aspre arrivano da chi ha capito «che ho scoperchiato pentole che doveva rimanere coperte...Ma, sinceramente me ne fotto...». Perché ci sono fatti certi che mettere nelle mani nella società che gestisce gli approdi turistici porta a galla e che non possono essere taciuti: «Un porto da seicento posti barca può essere gestito discrezionalmente da una persona?». Perché anche questo era ed è stata la Viareggio Porto. Oggi, continua Romeo, «tanti viareggini mi danno la loro solidarietà e tanta forza perché sono affamati di legalità».

Legalità che non è avere quello che veniva chiamato lo “sconto-assenza”, e neppure il taglio della tariffa in base al Cud che non è certo il 730. Così che i soliti furbi andavano sempre “pari”. Legalità che non è non avere la vigilanza su quanto andava accadendo la notte tra i pontili della Madonnina, traffici di droga compresi. E non è neppure non riuscire a trovare uno straccio di fattura - come denunciato nei mesi scorsi dal “Tirreno” - per l’ormeggio di un gommone che tutti hanno visto, ma che non risulta archiviato. Gommone poi utilizzato per un traffico di stupefacente tra Civitavecchia e la Spagna.

Legalità che non è certo quanto ha raccontato al “Tirreno” l’ex amministratore delegato della Viareggio Porto (in rappresentanza dell’allora socio privato Ferragamo). Era il novembre 2013 e da lì ad un mese sarebbe stato arrestato l’ex nostromo del porto, grazie all’inchiesta del Nucleo investigativo dei carabinieri arrivati da Lucca. E Simone Anichini raccontava: «Se un diportista lasciava il posto barca doveva restituirlo alla Viareggio porto. All'epoca c'era una lista d'attesa di 700/800 richieste, circa. Il posto lasciato libero avrebbe dovuto andare al primo in graduatoria. Invece, c'era chi si metteva d'accordo. Passavano di mano 20mila/30mila euro, ma chi subentrava doveva garantire di dichiarare che quel posto barca era ancora occupato da chi, invece, cedeva. Ecco perché si parla (negli annunci trovati dal “Tirreno”, ndr)) di "fiducia"", come ingrediente fondamentale della buona riuscita dell'operazione non consentita».

Il cammino di Anichini nel mondo degli approdi viareggini non è stato dei più semplici: «La situazione che ho trovato è quella in cui tutti chiudevano gli occhi. Gli amministratori magari le sapevano bene queste cose, ma per quieto vivere locale...». Un quieto vivere aggravato dal fatto - continuava Anichini - che «c'erano tutte promiscuità di vari tipi: quello del demanio che c'aveva la barca, quello che lavorava in Comune ...». La situazione precipita nel momento in cui «arriva uno da Firenze, uno asettico, non amico di nessuno, che deve solo far funzionare l'azienda per un imprenditore e trova perfino i posti barca intestati ai morti...».

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