Il presidio
Tallio a Pietrasanta, Arpat: l’Asl sapeva già dal 2013
L’agenzia regionale per l'ambiente chiama in causa l’azienda sanitaria. Che replica: "Ci hanno inviato una fotocopia, non bastava per far scattare l’allarme"
PIETRASANTA. Si tinge di giallo la vicenda delle comunicazioni tra Arpat, Gaia e Asl a proposito della presenza di tallio nelle acque pietrasantine. Con punti interrogativi evidenti, soprattutto, sulle date in cui i tre enti (più il Comune) sono venuti a conoscenza dell’emergenza. Che è stata resa pubblica solo dal 3 ottobre 2014, con i primi divieti.
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La difesa di Arpat. In questo filone rientra il carteggio tra Arpat e Gaia sulla presenza, già nel 2013, di tallio nell’acqua di Valdicastello alla sorgente Molini. A questo proposito l’Agenzia regionale per l’ambiente si limita a dire: «Abbiamo fornito alla Procura tutte le informazioni in nostro possesso, anche in relazione al dettaglio dei contatti intercorsi con i vari enti e aziende. E su questo si mantiene un doveroso riserbo». Arpat replica, senza entrare nel merito del punto di domanda (sapeva, come sostiene Paolo Peruzzi direttore di Gaia, o non sapeva della presenza nell’acqua di frazione del tallio?) ma indica altri soggetti come responsabili in materia di controlli. E tira in ballo, a margine dello scandalo-tallio, i ruoli di Gaia, Asl, Regione e dello stesso Comune. «Arpat non ha competenze per il controllo delle acque potabili immesse in rete e delle fonti di approvvigionamento sotterranee. Le competenze in materia sono del gestore, quindi Gaia e dell’Asl. La ricostruzione della vicenda del tallio a Valdicastello (cui Arpat ha collaborato) è già stata effettuata dagli assessori competenti in consiglio regionale nel novembre dello scorso anno con dovizia di particolari. È noto a tutti gli enti (Regione, Provincia, Comuni, Asl) sino dal 2009, grazie agli accertamenti svolti da Arpat, che la miniera ex Edem di Valdicastello (acquisita dal Comune di Pietrasanta) doveva essere bonificata - prosegue la nota dell’Agenzia regionale per l’ambiente - e che le acque superficiali ed i sedimenti del torrente Baccatoio presentavano sin da allora una forte contaminazione da metalli pesanti, in particolare zinco, arsenico, cadmio, piombo e mercurio».
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L’incontro del 2013. «Nel maggio 2013, su sollecitazione dell’assessore all’Ambiente - prosegue Arpat - si era svolto un incontro tra l’Agenzia ed il gruppo di ricerca dell’Università di Pisa, durante il quale venne segnalata la presenza di tallio nelle acque di lisciviazione della miniera ex Edem che percolano nel torrente Baccatoio, e della pericolosità del tallio per la catena alimentare. Arpat trasmise tempestivamente le informazioni ricevute in quell’incontro alla sezione Igiene pubblica dell’Asl ed al gestore Gaia, competenti per gli aspetti relativi alle acque potabili ed alle acque sotterranee destinate all’uso umano. Analoga comunicazione venne inviata alla Regione. Per quanto riguarda gli aspetti ambientali di propria competenza, Arpat dal maggio 2013, a seguito dalla segnalazione dell'Università di Pisa, ha inserito il tallio (non previsto dalla normativa vigente) fra i parametri ricercati nel monitoraggio delle acque superficiali e delle acque sotterranee (non destinate alla potabilizzazione) per la Versilia e la regione sub-apuana, nonché per le altre zone della Toscana in cui vi sono caratteristiche analoghe a quelle della zona di Valdicastello. Tali controlli - proseguono da Arpat - hanno confermato la presenza del tallio nelle acque del Baccatoio. La Regione, a seguito di questa vicenda, ha richiesto al ministero dell'Ambiente di inserire il tallio fra i parametri da monitorare. In tutta questa vicenda l'Agenzia ha svolto un ruolo attivo e precoce di segnalazione della problematica, mentre non ha potuto svolgere attività di verifica e controllo, che non le competono, sulle acque destinate all’uso umano e sui comportamenti del gestore».
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La replica dell’Asl. Ida Aragona, direttrice del Dipartimento di prevenzione dell’Asl versiliese, spiega di non aver partecipato all’incontro del maggio 2013 citato da Arpat. «L’unica cosa che abbiamo ricevuto a quel tempo da Arpat - afferma - è stata un’e-mail con una fotocopia scannerizzata dell’articolo dei ricercatori dell’Università di Pisa. Una comunicazione che parlava sì della presenza di tallio, ma non era sufficiente né per far scattare una procedura di controllo, né per ipotizzare che ci fossero rischi di contaminazione della catena alimentare». Per quanto riguarda, invece, la mancata comunicazione delle analisi da parte di Gaia, la dottoressa Aragona spiega che «non c’è obbligo, dal punto di vista legale, per il soggetto gestore del servizio idrico di comunicare all’Asl gli esiti di analisi, a meno che non ci sia un pericolo imminente». Ma davvero non era possibile fare una verifica della presenza di tallio prima che esplodesse il caso? Nel 2011 una relazione del ministero della Salute parlava proprio di “potenziamento della valutazione della presenza dei principali contaminanti ambientali” tra cui, appunto, il tallio. «Non è così semplice - replica la dottoressa Aragona - nella relazione si parla del tallio, ma si afferma anche che la possibilità che si trovi nella catena alimentare è ridotta rispetto ad altri agenti inquinanti, come ad esempio il mercurio. Trovare e monitorare qualcosa non è così immediato, se non esistono studi precisi».
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