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I dubbi dei soccorritori sulla morte del fratello di Panariello

I dubbi dei soccorritori sulla morte del fratello di Panariello

Al processo per la morte a Viareggio del fratello del famoso attore parlano i medici e gli investigatori

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VIAREGGIO. Era ancora vivo, o era morto da pochissimo. Non è chiaro - spiegano i soccorritori - se il cuore di Franco Panariello, spirato a 50 anni nel 2011 in un’aiuola della Terrazza della Repubblica, stava ancora battendo quando è arrivato il 118. Quel che è certo è che quel cuore si è fermato. E da lì è partita un’inchiesta che ha portato a un processo con tre imputati, oggi ridotti a uno, con l’accusa di omissione di soccorso.

Resta ancora aperta, infatti, la posizione di Stefano Simoncini, 38 anni, di Pietrasanta. Sono invece uscite dal processo Veronica Boschi (sei mesi), e Monica Lazzari (otto mesi).

Nell’udienza di martedì 3 marzo in tribunale a Lucca sono stati sentiti gli ufficiali di polizia giudiziaria che hanno svolto le indagini, il medico del 118 che è intervenuto sul posto e il consulente medico-legale del pm che ha eseguito l’autopsia.

Quest’ultimo ha affermato che nel corpo di Franco Panariello c’erano tracce di bupropione, un antidepressivo che però è conosciuto anche come la cocaina dei poveri. Secondo i legali di Simoncini, il medico che ha eseguito l’autopsia (il dottor Stefano Pierotti) «non è stato in grado di stabilire le cause della morte. E non ha potuto affermare con certezza che un intervento più rapido del 118 avrebbe evitato il decesso». La prossima udienza è in programma il 12 maggio, in cui verranno ascoltati i testimoni della parte civile (la famiglia Panariello, assistita dall’avvocato Cristiano Baroni).

 

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