Il Tirreno

Versilia

Fra i mille marchingegni che fanno vivere un carro

di Simone Pierotti
Fra i mille marchingegni che fanno vivere un carro

Meglio i movimentisti tradizionali oppure i pistoni idraulici e le centraline Da Roberto Vannucci ai fratelli Cinquini ecco cosa ne pensano i costruttori

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VIAREGGIO. Eppur si muove. E poco importa se ad animare un mascherone è il braccio di un ragazzo o la fredda e rigida meccanicità di un pistone idraulico: conta solo l’effetto scenico finale.

Anche i movimenti dei carri del Carnevale non sono rimasti immuni all’evoluzione della tecnologia: i computer, in alcuni casi, hanno ormai soppiantato la forza lavoro dell’essere umano. Anche se la maggior parte dei costruttori viareggini - almeno su questo fronte - sposa ancora la tradizione.

Tra i seguaci di questa scuola di pensiero c’è Roberto Vannucci: le sinuose movenze della ballerina di Bella ciao vengono azionate da alcuni movimentisti che camminano mascherati tra la folla («Come evidenziato nel bozzetto», ci tiene a sottolineare il costruttore). Per Vannucci la bellezza del movimento a mano sta nella sua irregolarità: «Tra i vari addetti trovi sempre quello più concentrato e quello distratto perché ascolta le partite alla radiolina: ne nasce uno scoordinamento generale che, alla fine, diventa un’arte. Secondo me dovremmo riscoprire le nostre radici e non abusare della tecnologia moderna».

I fratelli Uberto e Luigi Bonetti, invece, da anni plasmano i movimenti dei loro carri attorno a un pistone. Una scelta dettata da esigenze scenografiche: «Se punti su un grande mascherone centrale il movimento elettronico è più facile, non hai bisogno di contrappesi. Certo, pistoni e centraline non si trovano a buon mercato. Ma una volta che li hai acquistati li riutilizzi nel tempo ammortizzando i costi». Tutti i carristi concordano sulla maggior fluidità e dinamicità del movimento manuale, ma nel caso del mastodontico elefante dei Bonetti connota la costruzione di una certa verosimiglianza: non si definisce forse “pachidermico” chi è impacciato nelle movenze?

Alessandro Avanzini ha spesso adottato una tecnica mista negli anni che lo hanno visto trionfare tra i carri grandi: «Ogni movimento ha le sua caratteristiche: quello a mano è morbido ma necessita di un sistema di zavorre e controbilanciamenti, il pistone ha l’unico difetto di non avere un’intelligenza artificiale capace di accelerare o frenare al momento opportuno».

E che dire dei fratelli Umberto e Stefano Cinquini? Qui c’è anche il movimento “umano”, ovvero persone in carne e ossa che indossano i panni dei Renzi-bebè partoriti dalla grande Angelona Merkel e appaiono lasciandosi cadere da uno scivolo.

Un carro che ha impressionato fin dal primo corso è quello di Massimo Breschi contro la violenza sui minori: le grandi mani del mostro sono montate su un carrello e mimano il gesto di ghermire la ballerina grazie alla forza di ben sei movimentisti. «Corde e cerniere fanno parte della nostra tradizione. E poi si gestiscono meglio, perché sei te a decidere quando aprire o chiudere, fermarsi o ripartire».

Anche le nuove leve rifuggono l’elettronica: in seconda categoria Edoardo Ceragioli non usa pistoni o centraline, mentre Jacopo Allegrucci impiega addirittura 18 diversi movimentisti, di cui ben 7 hanno in carico il coccodrillo che sbuca dalla torta nuziale. Del resto, «non c’è mai stata un’evoluzione drastica nei movimenti», è la posizione di Carlo Lombardi: «Ormai tutti hanno la centralina, però quello manuale rimane sempre il più funzionale». E nella sua costruzione sono ben visibili le funi che danno vita al colossale scheletro di tirannosauro, abilmente tirate da vari aiutanti: basti pensare che in un colpo solo, grazie a un gioco di contrappesi, si muove tutta la struttura lunga oltre 30 metri.

A proposito: «Una cosa che ci invidiano altri Carnevali è la disponibilità di movimentisti a pagamento. Gli anni passano, ma assisto sempre a un viavai di studenti e ragazzotti che muovono i mascheroni per raggranellare qualche soldo in più». Allora è proprio vero che il Carnevale crea un indotto...

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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