Strage, il pugno di ferro del Tribunale
Collegio e presidente Boragine tagliano i tempi, respingono le eccezioni e segnano il passo da tenere da qui in poi
VIAREGGIO. Un’udienza che lascia il segno, quella di ieri, nell’aula del Polo fieristico di Lucca, dove dal novembre 2013 si celebra il processo per il disastro ferroviario di Viareggio con i suoi morti, i lutti, la distruzione, il dolore di una città. Se non è stato “il giorno del giudizio”, perché la conclusione del dibattimento è ancora lontana, è stato chiaro e netto che le regole in aula le detta chi è chiamato a giudicare. Ovvero il Tribunale di Lucca, rappresentato - in questo caso - dal Collegio presieduto dal giudice Gerardo Boragine, affiancato dai colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino. Ed il presidente Boragine, ieri, ha segnato “territorio” e passo. Spiazzando lo “squadrone” dei difensori che ha tirato la corda fino a portare in aula - la scorsa udienza - avvocati presenti ma che dichiaravano di essere ammalati o lo facevano dichiarare ai colleghi. Una condizione che non era più sostenibile. Anche perché il Collegio ha fatto capire, ma già si era espresso in tal senso, che non ha intenzione di perdere tempo. Dato che - è sempre ben ricordarlo - a giugno di quest’anno si celebra il quinto anniversario della strage.
Che fosse arrivato il giro di vite si è capito appena è iniziato il controesame dei consulenti tecnici della Procura, Sandro Barone ed Armando Razionale (entrambi dell’università di Pisa). Più volte Gerardo Boragine non ha ammesso le domande dell’avvocato Carla Manduchi (che rappresenta rete ferroviaria italiana) e nel farlo ha apertamente indicato come il Tribunale abbia ben chiaro il lavoro svolto dai due ingegneri che hanno lavorato alla ricerca della compatibilità geometrica tra squarcio nella cisterna ed oggetti che possano averlo provocato. «Trattasi di ricostruzione geometrica!», ha detto il presidente Boragine all’ennesima domanda dell’avvocato Armando D’Apote (difensore di Mauro Moretti, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Fs) che in mesi di udienza si è conquistato un vero e proprio primato nel “fare melina”.
Il professor Barone ha ribadito quanto emerso dal lavoro svolto: «Nel simulare la compatibilità geometrica, c’è una sola eventualità in cui lo squarcio è compatibile geometricamente con la zampa di lepre (un pezzo dello scambio, ndr)...Ma quando abbiamo agganciato la cisterna e ricreato l’infrastruttura (al computer, ndr) non era più compatibile. Perché quando faccio entrare la zampa di lepre nella fessura la cisterna affonda nel terreno». Ed ecco di nuovo la cisterna-talpa...
A quel punto c’ha provato l’avvocato Gaetano Scalise (difensore di un imputato di Rfi) a far dire ai due consulenti di avere una posizione diversa da quella dell’ingegnere Paolo Toni, consulente tecnico della Procura. Barone e Razionale parlano di «impatto e successivo trascinamento» riferendosi a quanto accaduto tra picchetto di regolazione curve e cisterna. Ma Scalise cancella il trascinamento e ne deduce che secondo i due tecnici il pichetto ha forato la cisterna in posizione eretta...
Ed è ancora Scalise a passare dal piano tecnico a quello giuridico, con la richiesta che il Tribunale riconosca l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dai consulenti tecnici nel dibattimento. Insomma, la geometria di barone e Razionale sembra far più paura di qualsiasi altra cosa sia comparsa fin qui in aula. La motivazione della richiesta degli avvocati Scalise e Casartelli è tutta nel fatto che l’incarico di consulenza sarebbe stato affidato ai due ingegneri dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero. È Giuseppe Amodeo, sostituto Procuratore che con il collega Salvatore Giannino da cinque anni ha testa e mani nel disastro ferroviario a replicare riportando l’aula alla realtà: «Il rapporto di collaborazione tra pm e polizia giudiziaria è scolpito nel Codice. E, piaccia o non piaccia, questo è il Codice, sono questi i poteri del Pm e della Pg...Non c’è il Codice del pm: c’è il Codice della Repubblica italiana!». A contestare i difensori è intervenuto, per le parti civili, l’avvocato Enrico Marzaduri, atti di delega alla mano, ed è finita con l’ordinanza del presidente Boragine che ha rigettato le eccezioni della difesa e ritenuto utilizzabili le dichiarazioni in dibattimento di Barone e Razionale». Da qui in poi serviranno gambe buone: perché il Tribunale ha lanciato la sfida contro il tempo.
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