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Lo scultore coreano che ha messo radici nella Piccola Atene

Adolfo Lippi
Lo scultore coreano che ha messo radici nella Piccola Atene

Pietrasanta: Park Eun Sun è una delle glorie artistiche della Versilia. Nella mostra a New York su Michelangelo c’è anche lui

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PIETRASANTA. Park Eun Sun, coreano di nascita, pietrasantino di vita, è una delle glorie rimaste nella colonia di scultori che affollano la Versilia, da Finotti a Theimer, da Tongiani a Ciulla. Park Eun Sun, attualmente, espone le sue opere in una straordinaria mostra ai mercati di Traiano in Roma, proprio sotto l’altare della patria, sulla via dei Fori Imperiali. Eppoi fa parte di quel gruppo di artisti che Pietrasanta porta a New York a far aura attorno ad una mostra di disegni di Michelangelo che è iniziata da pochi giorni all’Istituto italiano di cultura dove sarà a disposizione del pubblico fino al 4 gennaio.

Park Eun Sun conobbe Pietrasanta quasi vent’anni fa. Aveva studiato arte a Seul e qui, come del resto in ogni parte del mondo, erano notissime e studiate le caratteristiche uniche del marmo toscano. Sicché a Park venne voglia di fare una scappata a Carrara a far conoscenza diretta dello statuario famoso. Però non lo entusiasmò più di tanto. L’arte di Park è un’arte che non leviga e liscia la pietra bianchissima.

La sua è un’arte di composizione, un’arte di innesti che apprezza il colore, lo distribuisce in fasce e tondi, ha bisogno di graniti e ibridi, di squarci e incrinature. Perciò egli scelse di vivere a lavorare a Pietrasanta sotto i monti che gli forniscono, abbondantemente, materia grezza, aspra, che Park sa trasformare in reperti di fantastiche architetture.

Venuto a vivere in Versilia egli fece nido. Vi portò la moglie, la deliziosa Lee Kyang Hee, e due figli che poi si integrarono perfettamente. Uno studia medicina a Pisa.

Da qui parte una carriera che non finisce. Park ha fatto mostre a Berlino, in Francia, in Svizzera, a Singapore.

Naturalmente anche in Corea, tante, perché egli non abbandona mai i riferimenti a quella ancestrale cultura di origine che è cultura dell’oriente già molto visitata dai viaggiatori toscani a partire dal Seicento.

Nello scambio di culture, tra scenari diversi, la tipica gentilezza e dolcezza dei paesaggi coreani, la maestosità delle Alpi Apuane, Park mescola sensazioni e desideri ed innalza obelischi slanciati e puntati al sole, rotti, nella loro sinuosità da spacchi che ricordano i tagli di Fontana ma possono anche rappresentare le crepe del tempo che penetra nei corpi e ne scava le profondità.

Gli chiedo cosa gli dette e cosa ancora gli dà Pietrasanta. Egli ne frequenta anche le fonderie. Però preferisce esprimersi con i marmi e nel suo studio versiliese vi è un vero patrimonio di figure emblematiche, le medesime che stanno incantando la critica a Roma e gli spettatori che affollano i bei mercati di Traiano così ricchi di suggestioni e reperti classici.

Pietrasanta, dice Park, ha perso un tantino lo smalto, cioè non è più il concilio appartato dove geni come Mitoraj o Botero o Henry Moore (tra i primi maestri frequentatori) stavano lungamente assorti ai tavoli del Caffè Michelangelo.

Adesso l’happy-hour richiama frotte di ragazzini chiassosi ma vitalissimi, i ristoranti fanno successo e culto, le gallerie d’arte si sono moltiplicate, la quiete rimane alle albe e ai mezzogiorni e discorrere d’arte, come si faceva nella “scuola di Atene” (di Raffaello) è divenuto arduo e non essenziale.

Però ancora con Finotti o Ciulla ci s’incontra, Botero si fa vedere di rado, le gallerie attraversano un periodo problematico.

Bene fanno a rilanciare il marmo negli Stati Uniti d’America e Park Eun Sun è della partita.

Park, scrive Gabriele Simongini, nella presentazione alla mostra dei mercati di Traiano, “è artista radicante. Esser radicanti: mettere in scena, mettere in cammino le proprie radici in contesti e format eterogenei”. Non è Park “radicale” cioè stanziale, cioè un artista abbarbicato ad una solo terra. Però nemmeno si lascia andare ai flussi mobilissimi della superficialità delle mode.

Park Eun Sun racconta ciò che ha origini, ciò che proviene dal passato, figure che non si lasciano prendere dall’avventura modernista ma ne sfruttano le potenzialità e gli slanci senza abbandonare i riferimenti ad antichi templi, antiche vestigia egizie (gli obelischi), cubi che paiono capitelli, curve che ben spiegano il carattere di Park, un carattere non lineare che tuttavia unisce gli opposti, un carattere che si esprime soprattutto nella leggerezza e nell’eleganza, come è la tradizione ricettiva di Corea, come fu cifra tutta toscana della rinascenza fiorentina da Giotto a Brunelleschi a Leonardo.

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