"Viani soldato": un artista e gli orrori del Carso
Si apre a Villa Argentina di Viareggio la mostra che ha come tema la Grande Guerra
VIAREGGIO. Silvio Cittadini aveva 20 anni quando tornò dalla guerra. Era un contadino di Titignano, Pisa, classe 1898. Partì da bersagliere, tornò senza una mano e con gli occhi definitivamente chiusi. Colpa di uno shrapnel, le bombe a grappoli lanciate dagli Austroungarici. A Silvio andò anche bene. I tre compagni che erano con lui morirono dilaniati.
«Questo uomo tornato dal fronte in queste condizioni, mi ha allevato, vista l’assenza di mio padre». Enrico Dei, curatore della mostra, spiega i personalissimi motivi che lo hanno spinto ad ideare «La Grande guerra di Lorenzo Viani. Viareggio-Parigi-Il Carso» che si apre oggi a villa Argentina, il gioiello liberty riaperto alla città dopo anni di complicato restauro.
Un viaggio in un dopoguerra che dura da cento anni, dallo scoppio del primo conflitto mondiale, e che ora viene esplorato attraverso i lavori del più importante espressionista italiano, e del capitano medico, e fotografo dal fronte, Guido Zeppini. Oltre 120 opere – di cui la mostra vanta dieci xilografie inedite di Viani – tra disegni, quadri, fotografie, oggetti privati e ricordi dell'artista. C’è anche il cavalletto su cui dipingeva e disegnava quando era al fronte e la custodia dei colori.
Viani indossa la divisa solo il 26 luglio del 1916. Non è giovanissimo, ha 34 anni. In più la sua prima domanda di arruolamento viene respinta. E’ stato un interventista ma si sospetta dei suoi trascorsi anarchici .
Arriva sul Carso, in zona di operazioni. Il pittore in grigioverde dipinge e disegna scene di civili coinvolti, loro malgrado, nella follia armata: anonimi e umili soldati, attori di sanguinari scontri subiti e commessi. I suoi lavori ci appaiono come un diario di guerra: nere croci di un cimitero, macabri funerali, trincee come tombe, terrore di battaglia. Guido Zeppini, invece, ci consegna quell'orrore con l'occhio attento e veritiero del fotografo, che immortala scene di soldati, accampamenti, carneficine, trincee, rovine di abitazioni bombardate, vita quotidiana nelle interminabili ore di attesa e di paura.
In mostra, oltre a due disegni e due bronzi di Domenico Rambelli, uno dei massimi scultori del Novecento e autore del monumento ai caduti di Viareggio, più di 60 opere di Viani. Quadri realizzati con varie tecniche, effetti personali e lettere che il pittore scrisse e ricevette quand’era al fronte.
C’è anche una foto con dedica all’ufficiale medico da parte di Luigi Cadorna, di passaggio da Viareggio. Il comandante della truppe italiane era stato rimosso dopo la disfatta di Caporetto. Cadorna era piemontese, di Pallanza. Al suo posto arriverà il napoletano Armando Diaz. Che vincerà la guerra, firmerà il famoso Bollettino della Vittoria ma verrà accusato di avere presto il posto di Cadorna solo per un complotto massonico.
«Il mio progetto nasce da motivi personali – ha ricordato Dei, curatore della mostra – e si lega alla memoria di mio nonno Silvio, un ragazzo del 1898, partito per la guerra dal piccolo paese di Titignano. Un solido contadino pieno di forze che, arruolato come bersagliere, tornò dal fronte con gravi ferite. Sono cresciuto e sono stato educato dalla mia famiglia che adorava quest’antico bersagliere che mai ha fatto pesare la sua condizione di mutilato, con cui riuscì a convivere in maniera esemplare per il resto della sua vita. Nonostante le sue mutilazioni era un uomo vivace, dinamico e con alti valori morali».
«L’altro motivo che mi ha spinto ad allestire questa mostra – prosegue Dei – si lega alla città di Viareggio e viaggia su due binari. Uno è Marco Lenci: un caro amico che anni fa mi parlò di una sua ricerca sui caduti nella Grande Guerra del comprensorio viareggino. I nomi di questi concittadini verranno ricordati in una sorta di epigrafe in esposizione in una sala di Villa Argentina che porterà il nome di Sala della Memoria». I soldati e gli ufficiali che non tornarono furono 381, tanti per una città che al tempo contava meno di 25mila abitanti. Il curatore ricorda Viani. «La sua poetica è sempre stata legata all’emarginazione, alla dura vita dei reietti e a tutto ciò che riguarda l’aspetto sociale, tutto ammantato della sinistra figura di Thanatos: condizione che diventa quotidianità nelle doline carsiche».
La mostra di Viareggio si inserisce nel filone in cui, trattando della Grande Guerra si sottolinea solo l’aspetto della carneficina. Come il recente film di Ermanno Olmi. Certo i morti furono tanti: 660mila. Ma in anni diversi, pensiamo al 1968 per il Cinquantenario, si continuava ad esaltare la vittoria sugli Imperi centrali come quarta guerra di indipendenza, come compimento definitivo dell’Unità d’Italia per avere Trento e Trieste.
E’ il pendolo della Storia, come ricordava Sergio Romano sul Corriere della Sear. Ma forse il bersagliere Silvio visse la sua invalidità con serenità proprio perchè sapeva di avere fatto il proprio dovere per una impresa vittoriosa. Questo, forse, non va dimenticato. E anche Mario Monicelli, il viareggino Monicelli, nella Grande Guerra fa morire Sordi e Gasmann da eroi.
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