Italia
I giudici: truffa odiosa finita in omicidio
In 57 pagine la tragedia di Velia e Maddalena vista dalla Corte d’Assise: «Raggirate e maltrattate fino alla morte»
VIAREGGIO. Una truffa «odiosa», di cui sono stati vittime due donne deboli e indifese e un ragazzo dalle capacità ridotte. Che si erano affidati a Massimo Remorini, da loro ritenuto l’uomo che avrebbe potuto accudirli. L’uomo che invece - secondo i giudici della Corte d’Assise di Lucca - ha raggirato, segregato e maltrattato Velia Claudia Carmazzi e sua madre Maddalena Semeraro. Fino alla loro morte nel campo degli orrori di via dei Lecci, dove hanno vissuto recluse dal maggio al settembre 2010, senza acqua né servizi igienici. Una morte che nel caso della “nonna”, cioè Maddalena, è stata ritenuta accettabile dallo “zio” Remorini. Dopo che Velia era già deceduta alcuni giorni prima (a vederla priva di vita era stato il figlio David Paolini). Un comportamento che ha reso Remorini colpevole di omicidio assieme alla complice, la badante Maria Casentini.
Le motivazioni dei giudici. È questo il succo delle 57 pagine, depositate venerdì scorso in tribunale a Lucca, in cui la Corte d’Assise motiva la sentenza sul caso donne scomparse. Pronunciata due mesi fa, ha visto la condanna a 38 anni di carcere per Remorini e a 16 per la Casentini (vedi box). Cinquantasette pagine in cui il giudice estensore Enrico Mengoni ripercorre in maniera precisa tutti i capitoli di un giallo da film, spiegando punto per punto i personaggi chiave e il loro ruolo nella vicenda. Un racconto fatto di bugie, di macchinazioni, di brutalità. E di orrore, quando si dice chiaramente che anche secondo la Corte d’Assise - confermando quindi l’ipotesi della Procura - i cadaveri di Velia e Maddalena sono stati fatti a pezzi, bruciati e gettati in un cassonetto «o in altri luoghi». Per non essere mai più trovati.
Pedine in un gioco più grande. I giudici ne sono convinti: dal processo è emerso che Velia, Maddalena e David sono stati pedine di un gioco in cui non hanno mai avuto voce in capitolo. A partire dalla vendita delle loro due case di proprietà, quella in via Machiavelli a Viareggio e in via della Caserma a Torre del Lago. «È stato provato - si legge nelle motivazioni - il carattere fraudolento di queste vendite, oggetto di truffa a danno delle sue donne e di circonvenzione di incapace a danno di David». Vendite decise senza «alcuna motivazione logica», visto che non esisteva un’altra casa dove andare ad abitare. Ma la scelta, e la mancata ribellione delle vittime, rientravano in un quadro familiare di cui Remorini «aveva assunto pieno controllo da quando era entrato a far parte della loro vita». Un controllo che si basava sulla gestione dei loro soldi. E, appunto, delle proprietà immobiliari.
Il ruolo dell’avvocato. Nelle compravendite incriminate del 2006 la Corte descrive l’avvocato Giunio Massa come il vero «dominus» della situazione, grazie all’amicizia decennale con Remorini. Quattro contratti furono stipulati tra Velia, Maddalena, David da una parte e Alberto Massa (fratello di Giunio), Gabriella Loggini e Andrea Massa (moglie e figlio del legale) dall’altra per il passaggio delle due abitazioni. Atti che vengono definiti «un complesso meccanismo nell’interesse esclusivo di Giunio Massa». E cioè «ripetute cessioni - aggiunge la Corte - che lo stesso inquadra in un’apparente ripartizione familiare del patrimonio, ma che in realtà trovano logica giustificazione soltanto con la volontà di accentrare i beni nel proprio nucleo di congiunti, senza mai risultarne titolare». Avvalorata, inoltre, la tesi dell’accusa sulla vendita sottoprezzo delle case: 294mila euro contro i 570mila di valore di mercato. Soldi di cui peraltro Velia e Maddalena videro ben poco.
La credibilità di Tureddi. Altro punto chiave è la credibilità di Francesco Tureddi, imputato a sua volta per favoreggiamento e poi assolto per la ritrattazione. Il suo racconto su quanto visto in via dei Lecci tra l’agosto e il settembre del 2010 è stato ritenuto verosimile «perché frutto di un travaglio interiore e senza interesse nell’accusare l’amico Massimo». E l’immagine da lui fornita del corpo di Maddalena ridotto a un tronco umano, che brucia nel bidone rosso, ha di fatto inchiodato lo zio e la badante.
@matteotuccini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
