Il presidio
I familiari delle vittime: sempre in strada
Marco Piagentini chiede che il consiglio comunale si faccia sentire con Ferrovie sul caso Antonini
VIAREGGIO. Parole schiette, da brividi, quelle di Daniela Rombi, presidente dell’associazione “Il mondo che vorrei”, nata per riunire i familiari delle vittime della strage di Viareggio: «Sono circa 1830 giorni che niente è più come prima, che i nostri giorni e le nostre notti sono l'inferno. Abbiamo bisogno di amore concreto». La sala del consiglio comunale aperto dedicato al disastro ferroviario non è così affollata come avrebbe dovuto. La politica cittadina si mobilita per se stessa, ma si dimostra distratta sul resto. Ed è un peccato. Perché trovarsi di fronte Marco Piagentini, ancora ferito dentro e fuori dalla macerie della sua casa e della sua famiglia (ha perso la moglie Stefania ed i figli piccolissime Luca e Lorenzo) che interviene parlando di Riccardo Antonini, ferroviere licenziato da Rfi mentre dedicava il proprio impegno a fianco dei familiari delle vittime, è una gran bella lezione per tutti. «Da papà vorrei che mio figlio avesse 1/10 della dignità e dell'onestà di quest'uomo. Lo ringrazio pubblicamente, perché ciò che fa la differenza non sono le parole ma sono i fatti, e lui è sempre presente e questo e un fatto». Ed allora, questa la richiesta portata al consiglio comunale da Marco Piagentini, « chiedo che tutto questo consiglio comunale che a parole si è speso in solidarietà in vicinanza in aiuto verso i familiari e lo ringrazio per questo, compia un atto vero. Si faccia promotore nei confronti dell'attuale amministratore delegato di Ferrovie e chieda il reintegro di Riccardo e che chieda la sospensione dei provvedimenti a carico di tutti quei ferrovieri che si stanno battendo per la sicurezza in ferrovia»
Devo riconoscere - ha voluto ricordare a tutti Daniela Rombi, che nella strage ha perso la figlia, Emanuela Menichetti, di soli 21 anni - «che sicuramente siamo anche molto scomodi, perché non stiamo zitti e non stiamo fermi, non stiamo a casa solo a piangere. Ma alla storia di questi cinque anni si aggiungono periodicamente fatti incredibili che altro non fanno che addolorarci, colpirci duramente nel cuore, che cercano di farci piegare ad un sistema che noi non accettiamo e mai accetteremo perché sono morti i figli, i fratelli, i genitori, familiari stretti, e niente e nessuno può tapparci la bocca, ci farà stare a casa a piangere ed in silenzio. Perlomeno finché non avremo giustizia, quella giustizia terrena che ci è necessaria ed indispensabile per continuare a sopravvivere e piangere in pace i nostri cari». (d.f.)
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