Meteo
Cartapesta o polistirolo? Non è questo il problema
Le polemiche che hanno accompagnato la relazione della commissione bozzetti sono l’occasione per interrogarsi sul linguaggio e le tematiche dei carri allegorici
di ADOLFO LIPPI
Cartapesta sì? Cartapesta no? Nel caso dei carri dei carnevale vi sono, notoriamente, dei vincoli. Il primo è dato dal valore della tradizione che celebrò liturgie magnifiche (D'Arliano, Pardini, Baroni,Avanzini, Lazzarini) e produsse opere secondo la bravura manuale imparata da quel “mago” che fu Morescalchi. Il secondo vincolo, richiamato anche nel bando che alla tradizione si rifà, è rappresentato dalla Comunità europea che tutela le peculiarità dei mestieri. E dunque raccomanda di mantenere per lo specifico del carnevale viareggino l'uso della carta.
Però se i carri sono comunque opere d'arte (anche se effimere come le scenografie teatrali o cinematografiche), è a tutti vero che l'arte figurativa, a cominciare dagli anni 1910-1920, s'è fatta con tutto un po’: dalla ruota di bicicletta di un Duchamp fino ai pupazzi in plastica di un Jeff Koons.
La tradizione che, strenuamente, difende quella materia è così possibilmente in errore. Chi, ancora, in teatro adopera quelle legnose e macchinose scene usate in tempi dì barocco? Chi nei cinema si serve ancora dei fondali di tela pitturati con scene di paesaggio?
I tempi evolvono. Sono d'accordo che una certa parte di cartapesta la si possa utilizzare. Ma parliamoci chiaro: la cartapesta era preziosa quando i carristi, tutti, sapevano modellare dalla creta figure prima disegnate e poi "scolpite". Figure che in sè possedevano forza e significati espressivi. Ma ai carri accade ciò che è spesso accaduto altrove con l'avvento dell'astrattismo. Si sono messi a far quadri anche quelli che non sapevano disegnare o dipingere una mela. Figuriamoci la figura umana.
C'è un bel libro di un critico francese che si chiama Jean Clair. Il libro s'intitola “L'inverno della cultura”. Spiega Clair come i mattatori culturali (che spesso nemmeno conoscono Michelangelo o Picasso) si siano impossessati del mercato imponendo modelli d'effetto: da qui le opere di Cattelan o gli animali nei formolo di Damien Hirst.
A pioggia tali modelli sono discesi sui giocattoli per bambini e dunque sui carri. Certe volte si ha l'impressione che il carnevale attinga più ad “In_ caba” che alle esplicite caricature dell'espressionismo tedesco. O vianesco. Ha ragione Federico "Ghigo" Gemignani , grand'esperto e intenditore di musica e carnevali, quando dice che a lui i carri che rammentano una vignetta non piacciono. Vedi il caso di "Histeria". Ma possono piacere carri che si rifanno agli elettrodomestici? Se si promuove l'andazzo al giocattolo i prossimi anni avremo carri sul ferro da stiro e sull'aspirapolvere. Poiché le meccaniche (che effetto ne fanno eccome!) stravolgono, altro che tradizione, altro che satira!
Allora il problema che sottolineo al Comitato e alla Commissione bozzetti (che dovrebbero avere più potere sulle idee di fondo della sfilata dei carri) non è tanto “cartapesta sì, cartapesta no”? Il problema più serio è sulla scelta a chi far fare le opere (non tutti meritano e in caso d'arte fare sindaca to equivale fare lobby), e l'aderenza delle opere a temi più congeniali a quel pubblico che continua a miracolare Viareggio.
Il carnevale si può fare anche con meno carri. È un discorso vecchio ma pochi hanno il coraggio di imporlo. E lo si deve fare con la modernità dei significati, delle tecniche, della venerazione delle immagini.
Per quanto riguarda i significati mica c'è solo la malinconica rabbia contro i poteri. Che siano le reti informatiche o i politici. Ripeto che manca totalmente l'eros che è una componente essenziale della vita intesa come rivoluzione e come progresso. L'eros, Dioniso, Bacco, che infiammarono le feste antiche, sono ciò che invade le tante meravigliose maschere umane che contornano i carri e le fa danzare e cantare trascinando la gente. Sopra i carri invece prevale, spesso, il cervellotico, l'arzigogolato, il concetto di moralista.
Per le tecniche la strada aperta, spalancata da Avanzini è (al di là dei soggetti che sceglie) fondamentale. Non si deve tornare indietro. Troppi mascheroni sono immobili, statici, privi di "anima". Avanzini invece lavora e bene dentro le strutture e le consegna dinamiche, efficaci, qualche volta magiche. Ecco la venerazione delle immagini. Nei carri di D'Arliano e Baroni e Lazzarini e Galli, mai dimenticati, l'occhio scorreva tra decine e decine di evocazioni, tra cento colori, tra movimenti mirabolanti. Ricchi d'invenzioni. Adesso si è scelta la via del mascherone unico, del monocolore, del fenomeno gigante. In pochissimo tempo si fa un carro. E il carro è come un mascherone isolato di un basamento importante e disertato.
Cartapesta sì? Mica la possono utilizzare soltanto le "isolate"! Cartapesta o polistirolo purché l'arte abbia spirito e vita.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
