Viareggio porto, Carloni si dimette dal consiglio
L’avvocato lascia il Cda e assume la difesa di un indagato nell’inchiesta che ha attraversato le banchine e portato all’arresto dell’ ex nostromo
VIAREGGIO. Cambio della guardia nel consiglio di amministrazione della Viareggio porto, la società oggi interamente pubblica che gestisce l’approdo turistico della Madonnina. Riccardo Carloni, avvocato tra i più noti in città, ha dato le dimissioni dal consiglio di amministrazione. Per giovedì è fissata l’assemblea dei soci e si conoscerà il nome indicato dal sindaco Betti per la successione a Carloni. «Ho posto l’esigenza che sia una donna», sottolinea il presidente della Viareggio porto, Giovanni Giannerini.
Il passo di Carloni è stato motivato - come spiega il diretto interessato - «dal fatto di avere assunto una difesa nell’ambito dell’inchiesta che la Procura di Lucca sta conducendo proprio sul porto». Carloni non aggiunge altro, ma Giannerini ci tiene ad assicurare che per quanto lo riguarda «formalmente non ci sono incompatibilità» con il ruolo di componente del cda della Viareggio porto ed il ruolo professionale di difensore nell’ambito dell’inchiesta. A portare alla decisione della dimissioni è stato, e Giannerini lo sottolinea rinnovando la stima nei confronti di Carloni, «un eccesso di sensibilità da parte dell’avvocato». Che nella società partecipata era entrato a fine luglio, ad amministrazione Betti appena insediata, sollevando un coro di critiche legate al ruolo della massoneria in città e ai nominati che compaiono nelle liste ormai datate lontanissimo 1992.
Il rapporto tra la Viareggio porto e l’inchiesta della Procura (pm Fabio Origlio) che ha portato all’arresto dell’ex nostromo del porto Stefano La Rosa (oggi libero ma sospeso dal servizio su disposizione del giudice per le indagini premiliminari) e ad altri quattro indagati lo racconta la stessa ordinanza del gip Alessandro Dal Torrione con la quale il 9 dicembre scorso furono disposti gli arresti domiciliari per La Rosa. È Pietro Romani, direttore della stessa Viareggio porto, a raccontare agli inquirenti che sulle banchine ad uso gratuito si pagavano, invece, somme importanti. Presso la banchina Natino (dove le colonnine sono in concessione al pilota del porto, Giuseppe Mazzella, uno degli indagati) «andavano ad ormeggiare - racconta Romani - le navi da diporto tra le più belle e le più grandi che capitano a Viareggio (...). Le navi ormeggiavano con mera autorizzazione dell’ufficio nostromo e quindi con unica spesa data dalla marca da bollo. Ed usufruivano dell’acqua e dell’energia elettrica erogate dalle colonnine servizi in concessione a Mazzella. Questo in teoria: in pratica posso dire di sapere che presso quella banchina l’ormeggio costava non meno di 300 euro al giorno, incluse le spese per i consumi...».
Ma Pietro Romani non si ferma sulla banchina Natino. E racconta anche del braccio di ferro che la Viareggio porto ebbe con Stefano La Rosa una volta ottenuta dal Comune (siamo nel 2010) la sub concessione per la banchina “la Ceina”. Un braccio di ferro raccontato con molti dettagli e circostanze oggi, nell’ambito dell’inchiesta che ha attraversato la Darsena come una Libecciata rigenaratrice, ma che, all’epoca, non portò ad un passo formale degli amministratori della società a maggioranza pubblica.
Nell’attesa del nuovo membro del cda, la società presieduta da Giannerini è alle prese con la definizione della “partita”privatizzazione che si trascina dal 2009. Se la cordata capitanata dall’ex socio privato Ferragamo ha declinato l’invito a ripartecipare alla gara a due, quella guida da Teseco (all’interno della quale c’è Finedil) si è detta interessata.
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