Il Tirreno

Versilia

I giorni ruggenti al tavolino

Corrado Benzio

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L’insegna recitava Primo Fappani, pasticceria lombarda. Veniva dal Nord Italia la dinastia dei Fappani. Era il dopoguerra, la Versilia era il Bengodi. Sbarcarono sulla costa più ruggente d’Italia salumai parmigiani, fornai piemontesi, gelatai veneti, albergatori della Valdinievole. Si chiamavano Fornaciari (era il padre di Zucchero), Sommariva, Manara, Mongrandi. E i Fappani che conoscevano a menadito l’arte del budino di riso e della meringa alla panna, del bignè alla crema e del cannolo di sfoglia. Soprattutto queste famiglie avevano conosciuto la fame, la guerra, i bombardamenti, i nazisti. Avevano un sentimento del lavoro, un senso del dovere che li distingueva spesso dai languidi indigeni versiliesi. Molti fecero fortuna. Come Primo Fappani e poi Carlo che subentrò al padre nel bellissimo bar-pasticceria sul lungomare nel 1965.

Giorni ruggenti. Da Fappani Gian Carlo Fusco dava spettacolo a giornalisti e letterati come Cassola e Cancogni, la Cederna e Repaci. Fappani era il luogo di ritrovo di tutti, locali e villeggianti. «Ci vediamo da Fappani» e non c’era bisogno di altre spiegazioni, all’amico pratese o alla fidanzatina di Quarrata. A Carnevale, sulla terrazza che dava sul lungomare il passaggio dei carri mascherati era salutato da Stefania Sandrelli e Marcello Lippi, che lanciavano stelle filanti sulla folla. Mimmo D’Alessandro, il manager della musica, ne aveva fatto una succursale del suo ufficio. E allora lo vedevi ad un tavolino con Giorgia o Pino Daniele, ma anche con Gino Paoli e Andrea Bocelli. Quando cambiava arredamento, tutta la città commentava. Poi Carlo Fappani (e la sua splendida signora) è invecchiato e i figli hanno scelto altre strade (uno faceva l’attore di soap opera). Nel 2003 la cessione è quasi naturale. Tutti sapevano che sarebbe stato l’inizio della fine. Ma nessuno immaginava un epilogo del genere, con la camorra che aveva messo le mani su una delle glorie toscane. E col senno di poi, visto il declino della Passeggiata amata da Puccini e Totò, Pirandello e Gassman, l’addio dei Fappani è stato l’ultimo segnale d’allarme ad una classe politica sorda e muta.

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