Il Tirreno

Versilia

Ho perso tutto ma il Fisco mi perseguita

di Matteo Tuccini
Ho perso tutto ma il Fisco mi perseguita

L’ex imprenditore Rocco Benenati: distrutto da un consulente infedele e uno Stato spietato

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VIAREGGIO. «Mi trattano come il peggiore dei delinquenti. Come se non avessi diritto di battermi per quello che mi rimane, dopo una vita di sacrifici. Per loro sono un evasore. Ma io le tasse le ho sempre pagate».

Dopo un lungo colloquio Rocco Benenati, 67 anni, ex imprenditore edile che oggi vive con 500 euro al mese, ha il groppo in gola. Eppure, nonostante l’emozione provata nel raccontare la disperazione propria e della moglie, non perde l’autocontrollo. E chiede con voce gentile cosa sia possibile fare per il suo caso. A differenza di molti altri cittadini che si presentano in redazione ogni giorno - gente strozzata dai debiti o dai soprusi di vario genere - lui non pone paletti di alcun tipo. «Voglio raccontare la mia storia. Voglio che tutti sappiano che sono stato tradito due volte: da un amico e dallo Stato». Chiede anche il supporto del suo avvocato, Katiuscia Maggini, perché fornisca tutti i documenti e faccia capire che lui non può andare avanti. Non ce la fa più a vivere con un debito di centinaia di migliaia di euro che si è ritrovato tra capo e collo ingiustamente. «La mia storia - dice - è il mio appello perché qualcosa cambi. Per me come per altri».

Il debito con l’Erario. Il Fisco perseguita Benenati da circa sette anni. Gli ha mandato cartelle esattoriali da decine di migliaia di euro, gli ha ipotecato due case e il capannone che serviva da magazzino per la sua impresa. L’Agenzia delle Entrate gli chiede circa 200mila euro per tasse non pagate - da un debito originario di 80mila, ingigantito da sanzioni e interessi - e ha sempre detto no a tutte le richieste di tregua che andavano di pari passo con le rateazioni. E alla fine - siamo nell’agosto scorso - gli ha pure pignorato il conto corrente postale in cui gli arriva la pensione. Costringendolo a vivere con meno di 500 euro al mese. Ci sarebbe quasi da esaltarsi, se stessimo parlando di un maxi-evasore: finalmente lo Stato si mostra spietato contro uno di quei furbi che guadagnano cifre enormi sulle nostre spalle, e alla collettività non restituiscono nulla o quasi nulla. E invece no: non è questa la storia di un uomo emigrato ragazzo tanti anni fa dalla natìa Sicilia per andare a lavorare in Germania, e poi venuto a vivere a Viareggio. Dove per anni ha impilato mattoni e tirato su muri. Un uomo come tanti che si è fatto da solo, e che si è costruito nel tempo una piccola fortuna grazie al boom edilizio della Versilia. Ma che è incappato in una vicenda che come un vortice ha risucchiato lui, la sua azienda - chiusa nel 2011 - e la sua vita.

La vicenda giudiziaria. Già, perché Benenati i soldi per le tasse li aveva dati. O meglio, aveva creduto di darli. Li dava al suo consulente fiscale, che seguiva la sua attività imprenditoriale dalla fine degli anni Ottanta. Solo che il consulente non li versava all’Erario. Parliamo di Iva, Irap, Inps, Irpef comunale e regionale, contributi previdenziali artigiani: una montagna di quattrini, circa 80mila euro, che dal 2005 al 2008 le Entrate e la Cassa edile non hanno mai visto. Per questa vicenda - che i giornali già hanno raccontato in passato - diciamo subito che il consulente fiscale Norberto Dell’Amico è stato condannato in primo grado per appropriazione indebita e esercizio abusivo della professione di commercialista dal giudice del tribunale di Lucca Marcella Spada Ricci. Sentenza che è stata appellata dalla difesa di Dell’Amico. E che - riconoscendo le responsabilità del professionista - ha fissato una provvisionale (termine giuridico con cui si indica l’anticipo del risarcimento prima della sentenza definitiva) di 50mila euro a favore di Benenati. Che, almeno fino a ieri, non ha visto un soldo.

L’odissea dell’imprenditore. Ad accorgersi che qualcosa non va, come accade in queste vicende - purtroppo sempre più frequenti - è lo stesso imprenditore. Nel 2007 iniziano ad arrivare le prime cartelle esattoriali da Equitalia. «Ho chiesto chiarimenti al consulente - dice Benenati - lui mi assicurò che erano cartelle pazze, e che non c’era nulla di cui preoccuparsi». Benenati commette il secondo errore: si fida e non impugna le cartelle. E quando la palla di neve diventa valanga, è troppo tardi. Il debito nei confronti del Fisco si fa sempre più pesante per via degli interessi e Benenati decide di rivolgersi - nel 2008 - a un altro professionista. Che guarda le pratiche e spiega all’imprenditore l’amara verità: per tre anni non ha versato un euro di tasse. E ora il Fisco gli presenta il conto salatissimo. Ipotecando le due case di sua proprietà, a Viareggio e ad Alcamo (in Sicilia), e il magazzino. Non solo. Gli viene revocato il Documento unico di regolarità contributiva, che serve alle imprese per prendere gli appalti: se non sei in regola con i contributi ai dipendenti non lavori, e la sua ditta non lo è. Tra debiti e impacci, è costretto a chiudere e a mandare a casa i suoi dipendenti.

I no del Fisco. In un primo momento Benenati riesce a tappare qualche falla. «In pratica non avevo più introiti - spiega - eppure, tramite la rateazione del debito, sono riuscito a versare negli anni circa 40mila euro. Ho chiesto aiuto alle banche, ma la mia situazione era diventata da bollino rosso: cosa potevo dare in garanzia con tre immobili ipotecati e un debito col Fisco così pesante?». Nel frattempo, si rivolge a uno studio legale perché segua la sua vicenda. E il suo avvocato, Katiuscia Maggini, nel 2011 chiede all’Agenzia delle Entrate di sospendere la riscossione di tasse, interessi e sanzioni perché - scrive - «la situazione di Rocco Benenati è quella di non avere più alcun mezzo di sostentamento: è senza occupazione lavorativa, senza più alcun risparmio per far fronte ai debiti maturati nei confronti dell’Erario per responsabilità del proprio ragioniere, con le ipoteche gravanti sui propri immobili e con un’esposizione debitoria mensile verso l’Agenzia delle Entrate di circa 2.500 euro a seguito delle rateazioni su cartelle esattoriali». Di conseguenza, spiegano i legali, la situazione è bloccata. «Ma dal Fisco - dice Benenati - ho ricevuto solo risposte negative». Con l’appendice del pignoramento del conto corrente nell’agosto 2013. All’inizio in toto, e poi per il 50%. «In pratica, da allora sono costretto a chiedere ogni volta che mi sblocchino il conto per riscuotere metà dei 1.000 euro mensili che mi arrivano. L’altra metà va alle Entrate». Eppure una via d’uscita ci sarebbe. Come spieghiamo nel box a fianco, l’ipotesi di non far pagare sanzioni e interessi viene evidenziata più volte come legittima sia da sentenze delle Commissioni tributarie che da disegni di legge in Parlamento. Soprattutto quando il mancato pagamento delle tasse è causato da un comportamento del consulente o del commercialista che è finito nel mirino della Procura. Ma soprattutto Benenati fa appello «perché mi si consenta di vendere almeno uno degli immobili, togliendo l’ipoteca, per ripianare il mio debito. Io sono disposto a tutto, pur di tornare a vivere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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