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Inchiesta dell’Asl su tremila tumori
Sotto accusa i veleni del vecchio inceneritore di Falascaia sparsi per quindici anni tra Pietrasanta e Camaiore
VIAREGGIO. Quasi tremila casi di tumore, registrati dal 1974 ad oggi tra i residenti di Pietrasanta e Camaiore, sono finiti sotto inchiesta. A rivelarlo è l’Asl, che da due anni sta portando avanti l’indagine sugli effetti dei veleni emessi dal vecchio impianto di incenerimento dei rifiuti di Falascaia. Attivato appunto 30 anni fa, e chiuso nel 1988. Per poi essere sostituito dal nuovo impianto nel 2004, a sua volta chiuso nel 2010.
Quindici anni di inquinamento. È giusto parlare di veleni, perché c’è uno studio dell’Arpat collegato all’inchiesta - Il Tirreno lo aveva scritto alcuni mesi fa - che certifica come per quindici anni l’inceneritore abbia sparso diossina, polveri fini e metalli pesanti non solo tra il Pollino e Capezzano Pianore, ma in mezza Versilia. E gli effetti - secondo quanto sospettano i tecnici del Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria - potrebbero essere stati devastanti. Perché in quei 3mila casi sotto esame i morti sono stati più di mille. Ed è agghiacciante il pensiero che l’inquinamento prodotto a Falascaia è anche solo in parte responsabile di quei decessi. È evidente, però, che prima di arrivare a una conclusione di questo genere bisognerà attendere la conclusione dell’inchiesta, prevista per la fine dell’anno.
Un’inchiesta enorme. All’inizio dell’indagine - a cui hanno lavorato Asl, Arpat e l’Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica di Firenze - si pensava che potesse bastare analizzare i casi di tumore sorti nel raggio di un chilometro rispetto alla zona di Falascaia per verificarne l’impatto. Ma lo studio di Arpat, come detto, ha rivelato che l’inquinamento ha colpito un’area ben più estesa. A quel punto il lavoro dei sanitari ha preso in esame tutti i ricoveri in ospedale per tumori legati alle vie respiratorie (polmone, cavo orale, laringe, ma anche cancri più rari come i sarcomi) dei cittadini residenti a Pietrasanta e Camaiore tra il 1974 e il 1988, cioè il periodo di apertura del vecchio impianto. Le selezione di determinati tipi di cancro è stata fatta dagli studiosi perché la presenza di diossina e polveri fini influisce appunto sui tumori all’apparato respiratorio. Nello studio si sono incrociate le cartelle cliniche con la residenza: non contava tanto la data di diagnosi - i tumori possono svilupparsi a distanza di anni rispetto all’esposizione a questo o quel fattore - quanto il fatto che la diagnosi fosse stata fatta a una persona che ha vissuto (o vive ancora) nei due Comuni nei quindici anni di apertura dell’impianto. In tutto sono state esaminate oltre 9mila schede di dimissione ospedaliera, da cui sono stati estrapolati 1.760 casi di persone ammalatesi di cancro e ancora in vita, che facessero pensare a un collegamento con l’inquinamento dell’impianto. Poi sono stati individuati i decessi, pari a 1.017. In totale, quindi, sono finiti sotto la lente d’ingrandimento 2.777 casi.
I dubbi. Restano, anche se non è chiaro se verranno mai sciolti, i dubbi se sia stato solo l’inceneritore a rovinare l’ambiente. Voci vecchie di anni dicevano che a Falascaia si seppellivano gli scarti di grandi aziende che lavoravano il metallo. Un po’ quello che succede oggi in Campania. A cui la Versilia rischia di assomigliare in un tragico epilogo della vicenda Falascaia.
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