Il presidio
Newco per salvare Barsanti No di Fiom, ore di tensione
PIETRASANTA. Arriva una cordata italo-libanese per salvare lo stabilimento Barsanti Macchine a Massa. Arriva, presenta un piano che promette la creazione di una new company, la riassunzione di 38...
PIETRASANTA. Arriva una cordata italo-libanese per salvare lo stabilimento Barsanti Macchine a Massa. Arriva, presenta un piano che promette la creazione di una new company, la riassunzione di 38 dipendenti, “scivoli” verso la pensione e ammortizzatori per gli altri (93 in tutto i lavoratori Barsanti). Più qualche milione da investire. Per la storica azienda che produce macchine per la lavorazione di marmi e graniti è un’ancora di salvezza per tenersi lontano dalle secche del concordato preventivo e dallo spettro del fallimento. Ma la Fiom Cgil di mette di traverso: noi quell’accordo (imperniato sulla rinuncia ai diritti acquisiti per i lavoratori, al loro licenziamento e poi riassunzione nella new-co) così com’è non lo firmiamo. Si è aperta così una fase tesa e convulsa in fabbrica. La maggioranza dei lavoratori (fra i quali alcuni iscritti a Fiom) è per accettare il piano. Dall’altra parte, però, sono almeno in 20 sul fronte del rifiuto. E senza il consenso di tutte le maestranze, l’operazione della nuova Barsanti non parte. Agostino Melani, ingegnere, bocconiano, già vicepresidente di Finmeccanica è l’amministratore delegato della compagine che intende rilevare Barsanti; la famiglia libanese Talal, proprietaria di cave di granito, una compagnia di voli charter, cliente di Barsanti e dotata di enorme liquidità è quella che ci mette i soldi; assieme, in parte meno rilevante, alle nuove generazioni dei Barsanti, la famiglia fondatrice dell’azienda: il pool che vuole rilanciare Barsanti Macchine è questo. Conoscono l’industria apuo-versiliese, sanno che è un marchio conosciuto nel mondo, che ha in portafoglio commesse per milioni di euro, ma anche una situazione debitoria molto pesante. E propongono, dunque, di creare una nuova società (che mantiene il nome originario), affittando il capannone, riducendo drasticamente la forza lavoro, ma garantendo la continuità della produzione.
Per buona parte dei dipendenti è una proposta a cui non si può dire di no. Così, quando la Fiom frena, scoppia il putiferio. «Venerdì è stata la stessa segretaria Fiom Luisa Pietrini a illustrarci il piano, nessuno si è opposto, sembrava fatta. Invece oggi scopriamo che le loro firme non ci sono. Fiom vuole fare chiude la fabbrica», tuona Paolo Mazzanti, delegato Uilm. Quel che fa infuriare i lavoratori favorevoli alla new.co è soprattutto «il fatto che Fiom non ha proposto un’alternativa, così fanno fuggire gli investitori», dicono per tutti Valentino Valentini, capo dell’ufficio commerciale e il dirigente Giovanni Lenzi.
La segretaria provinciale Luisa Pietrini, però, rivendica le ragioni della Fiom: «Continiuamo a trattare finchè c’è un tavolo: 20 lavoratori su 93 non hanno firmato il pre-accordo e da qui bisogna partire. Noi vogliamo maggiori tutele e garanzie».
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