Il Tirreno

Versilia

Così trent’anni fa la Versilia imparò a cavalcare le onde

di Alessandro Bartolini

Grazie a tre ragazzi e al film “Un mercoledì da leoni” Viareggio è diventata la capitale italiana del surf

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VIAREGGIO. La mareggiata è agli sgoccioli e «non è stata certo niente di memorabile». Giacomo Maggiorelli è appena uscito dal mare, tiene ancora stretta la tavola da surf sotto il braccio e parla già con il fratello della prossima libecciata, sperando che arrivi il prima possibile. Ventitré anni, capelli biondicci strinati dal sole e tatuaggi old style sparsi sulle braccia. Dopo pranzo, appena finirà il turno, scivolerà fuori dal bancone del bar del Bagno Arizona, lo stabilimento di famiglia, approfitterà dei pochi centimetri d'onda che la scaduta regala e tornerà in mare. Ma stavolta da istruttore, per insegnare alla quindicina di bambini iscritti alla scuola l'a, b, c del surf: remare, capire come e quando alzarsi in piedi e in che direzione tagliare l'onda. Da quando nel 2005 ha fondato con il fratello Paolo l'Arizona School Surf, il numero degli iscritti è aumentato anno dopo anno. Quest’estate un centinaio di ragazzi sono stati iniziati da Paolo e Giacomo a questo sport venuto da lontano. Soltanto in Darsena sono tre scuole di surf (Arizona Surf School, Teddy Palomino Surf School e la Pura Vida al bagno Ester), più di venti quelle disseminate lungo la Versilia, da Torre del Lago fino a Forte dei Marmi. Spuntate come funghi negli ultimi cinque anni e non tutte riconosciute dalla Federazione Italiana Surfing.

Due volte alla settimana, quando c'è onda sufficiente, una scia di ragazzini e qualche femminuccia si butta in mare con tavole gommate per seguire Leonardo Bianchi, 33 anni e barba da asceta, titolare del surf shop Teddy Palomino, che tre anni fa ha tirato su la Teddy Palomino Surf School con base al bagno Ernesta. «Ogni stagione il numero di chi vuole imparare aumenta, - dice Leonardo - siamo a fine agosto eppure ho ancora venti ragazzi che vanno dai 5 anni ai 20. Ormai tutti vogliono fare surf».

Arrivò tardi, come tutto quello che prende il largo da oltreoceano. Ma in Italia furono le spiagge della Versilia a conoscere per prime il surf. Rito antico, nato nella notte dei tempi tra le isole della Polinesia, fu l'esploratore James Edward nel 1835 a parlarne per primo in Occidente. Nel secondo dopoguerra divenne stile di vita in California. Qui spuntò dal nulla alla fine degli anni Settanta, e trent'anni dopo nessuno avrebbe scommesso che alla prima onda piazza Mazzini brulicasse di surfisti come Malibu. Non ci avrebbero scommesso un soldo bucato quei tre ragazzi, oggi cinquantenni e leggende, che ne furono i pionieri. Una combriccola più che una crew californiana, i primi a montare in piedi su dei Ten Cate da windsurf riadattate, e a costruirsi da soli dei “panettoni”, che sembravano tavole da stiro. I primi a cavalcare le disordinate onde del Tirreno.

“Un mercoledì da Leoni” era da poco uscito nelle sale, Michele Dini e Francesco Farina decidono di imitare le manovre dei tre protagonisti: Matt Johnson, Jack Barlowe e Leroy spaccatutto. Con tavole da windsurf e mute da sub iniziano le prime uscite in mare. Ai tre si aggiunge subito il fratello maggiore di Michele, Alessandro Dini, fondatore della Federazione Italiana Surfing, di cui è stato presidente e formatore istruttori Isa, (quest'estate è uscito il suo primo libro “Sale Grosso”, noir ambientato nel mondo del surf). La passione scoppia all'istante, assomiglia a ossessione, e già in autunno i tre partono per Biarritz, Mecca del surf nella parte francese dei Paesi Baschi. Qui cavalcano i mostri dell'Oceano e qui comprano le prime tavole e mute vere. Tornano, e il surf per loro è ormai tutto. Sono aumentati anche gli amici che si avvicinano a questa strana disciplina, un po' da incoscienti e un po' da alternativi, ma di cui la Versilia senza accorgersene è stata consacrata capitale italiana. Nell'82 viene aperto da Alessandro Dini il primo surf shop: il Natural Surf, un pezzo di storia chiusa qualche anno fa. Nell'85 al pontile di Forte dei Marmi va in scena il primo campionato europeo.

Passano gli anni Ottanta e i Novanta, la Versilia fa suo il surf che rimane però uno sport da setta, un destino che toccò già al windsurf. Nel frattempo queste onde svezzano campioni italiani come il pietrasantino Nicola Bresciani. Fanno le ossa agli enfant prodige Alberto Nardi, Matteo Leporatti, Gianmarco Pollacchi e Simone Simi. Ma bisogna aspettare l'inizio del nuovo millennio per vedere il molo, piazza Mazzini, il pontile di Lido di Camaiore e quello di Forte pieni zeppi di ragazzi - e sempre più ragazze - sfrecciare sulle onde con shorts, fish e long. Perché nel frattempo internet ha fatto vedere come si surfa dall'altra parte dell'Oceano e nel resto del mondo.

«Trenta anni fa nessuno ci diceva come cavalcare l'onda, si improvvisava», ricorda Claudio Chiacchierini, fra i primi e i migliori a surfare le onde della Versilia, della Liguria e di Banzai, nel suo Lazio. I voli per raggiungere i paradisi delle muraglie d'acqua alte cinque metri e più si raggiungono con poco. Bali, Costa Rica, Marocco e Paesi Baschi sono lì, a qualche ora di aereo. Le tavole e i materiali sono venuti incontro alle esigenze di tutti e i prezzi diventati accessibili. Nonostante questo, la Versilia non sembra aver capito che il surf potrebbe essere una risorsa per il turismo. «Estate e inverno, da ogni parte d'Italia arrivano ragazzi che vogliono entrare negli spot più famosi da Viareggio a Forte dei Marmi, ma non trovano un minimo di attrezzature, - spiega Leonardo Bianchi - né una doccia né una cabina dove potersi cambiare». Negli spot di sempre: in Darsena, al bagno Nimbus, al bagno Gioia, o ai bagni Genova, intanto, si aspetta solo la prossima mareggiata.

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