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«Perché mio padre non è stato salvato?»
Il grido di dolore del figlio dell’operaio soccorso da un’automedica che non aveva il defibrillatore a bordo
PIETRASANTA. L'uomo è privo di sensi, in condizioni gravissime, medico ed infermiere provano a rianimarlo, somministrano i farmaci del caso ed è in quel momento che si accorgono di non avere dietro il defibrillatore, strumento fondamentale e allo stesso tempo di routine nei casi di emergenze cardiache. Quando poi, finalmente, il defibrillatore arriverà, qualche decina di minuti dopo, per l'uomo, colpito probabilmente da un infarto anche se sarà l'autopsia a fare chiarezza, non c'è più niente da fare.
Una vicenda dolorosamente incredibile quella che si accompagna a Marco Mattei, 57 anni, morto ieri mattina nella sua abitazione arrampicata fra i Monti di Ripa. «Voglio sapere se è stato fatto tutto il possibile per salvare la vita di mio padre»: ha un filo di voce Giacomo, venti anni compiuti ieri, ma in quel filo di voce racchiude il dolore, lo stupore e la rabbia per la scomparsa improvvisa del genitore. «Perché il personale dell'automedica, i primi ad intervenire a domicilio, non aveva il defibrillatore? Perché l'ambulanza è arrivata solamente dopo quaranta minuti dalla mia telefonata?» chiede con lucida razionalità, nella sofferenza, Giacomo.
Eppure, quella di ieri, doveva essere una giornata di festa a casa Mattei. «Il babbo mi ha svegliato intorno alle 6 e 20 per farmi gli auguri di compleanno, poi, come ogni mattina è uscito di casa per recarsi al lavoro, dai fratelli Giovannetti: faceva il gruista. Poco dopo, saranno state le 7, l'ho sentito rientrare in casa. Mi ha detto che non si sentiva bene, che sarebbe tornato a letto e di avvisare della sua assenza i Giovannetti. Quando però mi sono messo a fare colazione - racconta Giacomo - ho visto che si era spostato sul divano: era pallido. Immediatamente dopo l'ho sentito russare, come se si fosse addormentato. Ma sono stati attimi: improvvisamente ha cominciato a respirare in modo profondo, con difficoltà. Mi sono avvicinato, ho provato a tirarlo su, chiamarlo, ma non mi ha risposto. Non era già più cosciente. Ho allora chiamato il 118: erano le 8 meno un quarto. Ho spiegato nei dettagli e con la maggior calma possibile, le condizioni di mio padre rimarcando il fatto che non fosse cosciente e che non rispondesse».
Di tanto in tanto Giacomo si interrompe, si guarda intorno: nella piccola stanza di casa, al suo fianco, ci sono gli amici, l'avvocato Stefano Neri, alcuni parenti. «Dopo una quindicina di minuti - riprende Giacomo - è arrivata l'auto-medica - l'Asl parla di sette minuti, ndr - con un dottore e un aiuto. Erano senza defibrillatore e hanno così prima praticato al babbo la respirazione bocca a bocca e poi la rianimazione manuale. Alle 8 e 25, dopo oltre quaranta minuti dalla mia chiamata al 118 - l'Asl riferisce invece di circa 30 minuti, ndr - è arrivata l'ambulanza, ed in questo caso il personale aveva il defibrillatore. Hanno tentato di rianimarlo. Inutilmente, però. Non c'è stato niente da fare. Mi hanno parlato di infarto o qualcosa del genere. Mio padre - continua Giacomo Mattei - non ha mai sofferto di particolari patologie: aveva solamente qualche problema con la pressione alta, ma per il resto era uno che faceva tutto, anche i lavori di fatica, senza difficoltà. Insomma, stava bene. È sempre stato bene, fino a ieri mattina. Se ero da solo al momento dell'arrivo dei soccorsi? No, con me c'era un amico di famiglia, Silvio Giannaccini, anche lui ha assistito alle varie fasi dell'intervento dei medici. Forse mio padre si poteva salvare o forse no: sarà chi di dovere a stabilirlo ed è per questo - continua Giacomo Mattei - che ho fatto denuncia ai carabinieri. So però che chi è intervenuto per primo lo ha fatto senza portare con sé il defibrillatore. Perché? E so ancora che l'autoambulanza è arrivata 40 minuti dopo la mia telefonata: perché così tanto tempo per raggiungere casa nostra? Non posso accettare tutto questo in silenzio. Chiedo solamente la verità. Lo devo a mio padre. E se qualcuno ha sbagliato, che paghi, perché nessun altro in futuro debba subire quello che abbiamo subito noi».
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