Il presidio
Il “gran rifiuto” di Aldo Busi e la crisi d’identità dei premi
Giampaolo Simi, scrittore e presidente del “Camaiore”: «Non fanno più opinione» E nonostante il prestigio scoprono, talvolta troppo in ritardo, i veri casi letterari
DI GIAMPAOLO SIMI*
In breve, l’antefatto: Aldo Busi comunica che non parteciperà alla finale del Premio Viareggio.
Diciamo una cosa bella, poi una brutta.
Quella bella: la storia del Premio Viareggio è una storia di coraggio e di scelte imprevedibili. Soltanto negli ultimi vent’anni, autori (fra loro diversissimi) come Baricco, Ammaniti o Saviano hanno ricevuto dal Premio riconoscimenti tempestivi. Opinabili? Trendy? Forse, ma comunque attuate sempre un po’ prima che diventassero degli inchini al successo.
Ora la cosa brutta: i premi letterari non fanno più opinione (del resto esistono solo i gusti, e di quelli non si può discutere) e non incidono sul mercato. Anche i finalisti dello Strega non sempre ricevono quella spinta che il premio mediaticamente più forte d’Italia assicurava in passato. A meno che non siano giovani e già famosi come Paolo Giordano o mattatori umorali come Pennacchi.
Aldo Busi tutto questo l'ha capito da un pezzo. Se non risulti commestibile ai media, oggi il tuo libro va al macero. Bello o brutto che sia. Per questo Busi non si è mai sottratto alle ospitate in tv e tantomeno a “L’Isola dei Famosi”. Ma di certo ha pensato anche che la sua (indiscutibile) statura di scrittore e di intellettuale avrebbe scintillato come oro zecchino al cospetto di autentici fari del pensiero post-moderno come Sandra Milo, Federico Mastrostefano e Loredana Lecciso.
Aldo Busi ha fatto male i suoi conti. Ma non quelli economici, intendiamoci. Come scrive ai giurati del Premio Viareggio, l'essere personaggio televisivo gli consente oggi di esigere cachet di seimila euro (tutti da fatturare regolarmente, tiene a precisare) per la sua presenza a un evento. E anche riguardo all’anticipo per . El especialista de Barcelona, inizialmente acquisito da Giunti, sono girate cifre interessanti. Aldo Busi ha sbagliato altri conti. O forse si è semplicemente illuso. La tv che si alimenta di dichiarazioni come «lei va in giro da una vita senza mutande e nessuno le ha mai chiesto di calarle» non riconosce infatti alcuna differenza di autorità o di spessore fra lui, Pippo Baudo, Noam Chomsky o Cristiano Malgioglio. E se Aldo Busi venticinque anni fa litigava in tv con un poeta come Dario Bellezza, oggi quella frase degna de «L’onorevole in Camera con tutti i deputati» si trova a rivolgerla a Laura Ravetto.
No, nessun telespettatore è corso a comprarsi Sodomie in corpo 11 o Seminario sulla gioventù dopo aver assistito a questo mortificante scempio di soldi pubblici del canone Rai. Ed è un peccato, perché sono libri da leggere. Ma è così che funziona. La tv italiana del 2013 è un mostro capace di fagocitare se stesso, vomitarsi, rimangiarsi e riprodursi in un ciclo continuo del tutto autonomo e autoreferenziale.
Aldo Busi si riteneva il geniale sasso che ingrippa l’ingranaggio, ma gli è andata male. Per questa tv, lui non è il più grande scrittore italiano ma un surrogato della carbonella, utile ad accendere risse da curva di cui si possa parlare per qualche giorno. Ovvio che adesso Busi sia deluso e se la prenda con chiunque. Come osa il Premio Viareggio metterlo in competizione con altri due comuni mortali? Come ha osato quel modestissimo riconoscimento chiamato Premio Strega non inserirlo nemmeno nella cinquina finale? Perché tutti i premi letterari italiani non si chiamano Premio Busi e non vanno tutti, ogni anno, per manifesta superiorità, ad Aldo Busi?
Questo è Busi e lo sanno tutti. Sorprendente che la Giuria del Premio Viareggio non lo abbia valutato, visto che non è certo composta da sprovveduti. Rimane quindi in ballo anche l’ipotesi che su Busi il Viareggio abbia puntato per avere quell’appeal mediatico che da anni cerca invano di ritrovare. Se fosse così, avrebbe agito come molti altri premi molto meno coraggiosi, ansiosi di impilare allori su una testa che garantisca una rassegna stampa voluminosa e una sala gremita da presentare come giustificativo dei soldi pubblici spesi.
La sensazione è quella di un Premio in affanno e costretto, come del resto tutti i premi letterari italiani, a rincorrere una contemporaneità troppo veloce. Una sensazione rafforzata anche dagli altri autori finalisti della narrativa. La scelta di due romanzi come Vipera di Maurizio De Giovanni e Giallo d'Avola di Paolo di Stefano suona come riconoscimento del ruolo (importante e multiforme) che la formula del giallo ha svolto nel panorama editoriale italiano. Peccato che arrivi nell'anno di grazia 2013. A diciassette anni cioè dai primi romanzi di Carlotto, Fois e Lucarelli, a dieci da Romanzo Criminale. Non proprio in anticipo, insomma. Anzi, proprio nel momento in cui il giallo ha esaurito la sua spinta innovativa e mostra da tempo tutti i segni di una involuta autocelebrazione.
*dal blog dello scrittore
La notte alle mie spalle
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