Il Tirreno

Versilia

Così la terra del diavolo diventò meravigliosa

di GIOVANNI PIERACCINI
Così la terra del diavolo diventò meravigliosa

La grande epopea che nel Settecento fece nascere la Versilia

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di GIOVANNI PIERACCINI

Il successo dell'iniziativa del Tirreno di rievocare gli anni '30 della Versilia è stato notevole ed ha portato con sé un risultato inatteso: ha documentato un diffuso desiderio di conoscere la propria storia da parte dei cittadini. Ciò è un segno positivo perché se si vuol conoscere il passato significa sentirsi ancora, nonostante il terribile tempo di crisi e di illusioni, partecipi della storia e quindi anche agli eventi del futuro. Penso perciò, quasi a conclusione di questa rievocazione, che sia interessante approfondire maggiormente la nostra storia per comprendere meglio come è quando è nata la Versilia nella quale viviamo. Fra l'altro circolano date diverse ed oggi sembra al centro dell'attenzione, quasi come una scoperta del cinquecentesimo anniversario del Lodo di Leone X del 1513, la tesi che la nostra Versilia è nata come la Versilia Medicea, dallo stesso Lodo. C'è un libro importante, nato nell'ambito di queste celebrazioni, dello storico Luigi Santini, che riempie un vuoto poiché per la prima volta ci mette a disposizione il testo integrale del Lodo, in latino e in italiano, con una minuziosa documentazione articolo per articolo. Ciò facendo ci pone anche dinanzi alla storia di quei decenni fra il '400 e il '500 che portano al Lodo. Nonostante Santini non nasconda il suo sentimento affettivo per i "quattro comuni" del "comprensorio di Pietrasanta", ha scritto un libro serio, di rigore storico, ben documentato che consiglio di leggere.

Il libro di Santini ci documenta che nel Lodo non c'è mai alcun cenno della Versilia Medicea, formato dai quattro comuni di Pietrasanta, Forte dei Marmi, Seravezza, Stazzema ben delineati nei loro confini che praticamente escludevano Viareggio, Camaiore, Massarosa. Non c'è traccia neppure della Versilia. Il Lodo chiude un tempestoso periodo di lotte per il controllo del territorio fra potenze diverse di quella Italia frantumata ed ormai aperta alle invasioni straniere. Evidentemente il possesso di quei luoghi estesi: Pietrasanta e Motrone che - non si dimentichi - era il porto della Repubblica di Lucca avevano un'importante strategia negli equilibri di potere di allora e che entravano di continuo in un alternarsi di contendenti: genovesi, francesi, fiorentini, lucchesi. I più tenaci nel rivendicare il loro possesso furono i francesi con Carlo VIII e Luigi XIII e i fiorentini con la loro Repubblica ormai medicea. Furono anni di lotte cruente, di devastazione nei quali c'è una sola costante: la misera condizione degli abitanti di quelle terre perennemente oppressi dalla penuria, da fame, distruzione e morte. In questa continua lotta non c'entrava per nulla la Versilia, Medicea o non Medicea. Con scrupolo il libro riporta il risultato delle ricerche di un altro storico, Mario Mendes Pegna, definito come «insigne e dotto ricercatore delle origini di Firenze, Arezzo, Livorno, Lucca, Viareggio e Pietrasanta» che ci ammonisce «a non confondere la Versilia con il Capitanato» che con la struttura giuridica ed amministrativa create dai fiorentini per esercitare la loro sovranità. Ci insegna anche che «sulla base delle minuziose ricerche eseguite sui documenti dei pubblici archivi» la Versilia non fu sem. pre la stessa «e i suoi confini variano con il tempo» e che da un documento si era appreso che «si estendeva fino al Lago di Massaciuccoli».

La lunga sequela di lotte si concluse con la vittoria fiorentina e si giunse a questo risultato, secondo un altro storico citato, Bongi, perché «i fiorentini» seguitarono per alcuni anni un sistema di continua ostilità verso i lucchesi, angariandoli in ogni modo e agendo con incursioni e devastazioni del territorio «perché i lucchesi si rassegnassero a compromettere la controversia in Leone X, allora vero padrone di Firenze che giudicò che Motrone e Pietrasanta appartenevano di buon diritto al dominio fiorentino». E l'articolo VI del Lodo ordina che «i signori lucchesi consegnino all'illustre governo fiorentino o ai suoi commissari appositamente incaricati, il possesso delle fortezze di Pietrasanta e del Motrone con le loro rocche e tutte le loro pertinenze entro dodici giorni immediatamente seguenti alla proclamazione del Lodo».

Così fu fatto. È molto difficile celebrare come giorno di nascita della Versilia quello della sua divisione in due Stati sovrani per 346 anni fino all’epoca del Risorgimento e dell’Unità d'Italia. La nostra Versilia nasce da una grande pagina della storia italiana, una pagina di unità e non di divisione. È bene, sia pur brevemente, rievocarla e portarla in piena luce. Per secoli, dopo la caduta dell'Impero Romano, le coste tirreniche furono in gran parte coperte da boscaglie inestricabili, piene e di animali selvaggi e dominate dalla malaria. La svolta avvenne nel '700, con la Grande Europa dell'Illuminismo, una stagione breve ma intensa che aprì la strada ai tempi moderni con un grande disegno, quello sulle rovine delle tenebre dell'ancien regime si potesse creare una società fondata sulla scienza e sulla ragione, capace di dare agli uomini un avvenire migliore. Fu in questo clima che si lancia in Toscana il temerario progetto di bonificare vastissimi territori distruggendo l'orrido bosco maremmano e in Versilia, la selva lucchese. La Toscana visse una delle più nobili pagine della sua storia quando i suoi due stati - Firenze e Lucca - si impegnarono simultaneamente, anche se autonomamente, nell'audacissima sfida di ridare una nuova vita civile alle terre risanate.

In Toscana la grande personalità che lanciò la sfida e si impegnò nella durissima lotta fu Pietro Leopoldo di Lorena. In Versilia la spinta fu data soprattutto dalla necessità di avere uno sbocco al mare ed un porto, una volta perduto Motrone (cosi che paradossalmente dal lodo di Leone X si può dire che nacque Viareggio). Qui il personaggio decisivo fu Bernardino Zendrini.

La Versilia era, da secoli, abitata solo lungo la via Francigena che correva ai piedi delle colline: c’erano Camaiore e Pietrasanta. Pietrasanta era il centro principale fondato dal 1255 da Guiscardo Pietrasanta, podestà di Lucca che gli diede il nome e fiorì come dimostra la sua bellissima piazza con il duomo del 1256, il Battistero del XVI secolo ma in cui fu inserita la parte battesimale del 1389 e S. Martino del XIV secolo. Invece della Versilia Medicea c’era una Versilia lucchese.

La lunghissima lotta per la bonifica in Maremma e in Versilia fu condotta nelle afose estati malariche da uomini spinti dalla miseria e dalla fame pur sapendo che li aspettava un destino che spesso era la morte. Fu una grande epopea costata innumerevoli vite umane. Voglio ricordare soltanto l'agghiacciante testimonianza di Stefano Bartolini del 1760: «la maggior parte di questi infelici mercenari sono nutriti dagli impresari con pane grigliato (cioè con segale), bevevano acqua guasta, con aceto talvolta con calcina, e sono forzati ad un continuo travaglio senza riposo, sotto la sterza del sole cocente per lo più nelle rase campagne senza ombre di alberi, dominavano la notte a cielo scoperto sul nudo solco, esposti alla guazza e alla pioggia: se cadono infermi, cosa che accade quasi a tutti non v'è chi li assista, rimangono distesi per le strade semivivi, mangiati dagli insetti e se muoiono restano insepolti nelle strade, coperti da un mucchio di stracci, spettacolo orrido ai passeggeri». Ecco, ancora una volta, una testimonianza «di che lacrime costi e di che sangue» la storia umana.

La stagione dei Diritti dell'Uomo era ancora lontana. Quando in Versilia giunse l'ora della vittoria, là dove era la Terra del Diavolo apparve, come un prodigio una terra di invidiabile bellezza. Ma non fu un prodigio, furono i sacrifici di varie generazioni, furono i caduti di quella storica epopea, ai quali dobbiamo la nostra più profonda riconoscenza. La Versilia apparve nella sua ricca varietà e nella sua armoniosa unità: dalle Alpi Apuane, alle colline, alla pianura, al Lago di Massaciuccoli, alle sue terre ormai fertili e coltivabili e presto produttrici di frutta e fiori. Fu la Versilia cantata dai poeti, dove accorsero da molte parti di Europa artisti e letterati e presto nella nascente epoca del turismo balneare, la mondanità, la borghesia avanzante, e fu l'aristocrazia che vi celebrò la sua ultima stagione. La Terra del Diavolo diventò così un paesaggio di bellezza, con il mito greco si identificò, come disse Alberto Savinio, nelle nostre “Isole Fortunate”. Ma non apparve soltanto la Versilia della bellezza e del turismo, ma anche l'attiva Versilia delle imprese, dell'artigianato, dell'agricoltura, la Versilia dei cantieri navali e la Versilia dei Marmi, dell'agricoltura moderna con i suoi prodotti e le serre.

Questa nostra Versilia nasce dunque non da una pagina di divisioni e di lotte ma da una rara pagina unitaria di tutta la Toscana, da una grande epopea di rinascita, di tante terre perdute e dal sacrificio di innumerevoli vite umane che nessuno ricorda più ma che hanno fatto la storia. Dobbiamo esserne fieri e riconoscenti.

La Versilia ebbe allora la grande epoca della Belle Epoque e poi, dopo la guerra, l'epoca che il Tirreno ha narrato. Ora siamo in una durissima crisi. Per uscirne occorre l'unità di tutti i comunie di tutte le sue forze politiche e sociali. Con l'amore che porto a tutta la Versilia voglio chiudere con la speranza che riusciremo a farlo.

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