Il presidio
Divieti e sequestri costano 150 posti di lavoro ai locali
Gli imprenditori delle Marine: non siamo gli unici a produrre rumore nel Parco «Solo noi nel mirino. Ma se non ci vogliono lo dicano, ce ne andiamo subito»
VIAREGGIO. Quanto costano divieti e sequestri ai locali delle Marine? «Circa 150-170 posti di lavoro all’anno, tra dipendenti diretti e indotto», afferma l’imprenditrice Esmeralda Giampaoli, titolare del Nitens in Darsena e del Boca Chica a Torre del Lago. Perché il fatturato medio, spiegano i gestori, ormai non supera i 300 euro a settimana.
E così, se Viareggio prosegue senza timore il suo suicidio assistito, chi ha lavorato per tenerla in vita non intende essere complice. Già, perché come gli imprenditori delle Marine di Levante e Torre del Lago spiegano nel corso di un incontro al bar Galliano in Passeggiata, «non siamo certo gli unici a produrre rumore nella zona del Parco. In quest’area ci sono, infatti, uno stadio, un palazzetto, gli stabilimenti balneari, il Gran teatro Puccini. Vicinissimi i cantieri navali e persino l’autostrada». Attività che però, secondo i locali, sembrano non far parte del problema dell’inquinamento acustico. «Sembriamo noi - affermano - l’unica fonte di guai». E così, si dice sulle Marine, «si chiedono il rispetto di limiti inapplicabili per una zona che è stata più volte definita “strutturalmente dedicata al turismo”. E si stangano, in maniera pesante e continuata, quelli che vengono ritenuti come unici responsabili dei rumori».
In realtà l’incontro, promosso da Confesercenti, ha aggiunto poco a quanto già detto più volte dai protagonisti della movida. C’è un documento, firmato dall’avvocato esperto di inquinamento ambientale Silvano Di Rosa, che è stato inviato a Comune, Parco Migliarino-San Rossore e Regione prima del tavolo di confronto tra enti e imprese, previsto per dopodomani. Nel documento si racconta di come la Regione abbia già scelto di consentire alcune attività all’interno dei parchi, che all’apparenza sarebbero incompatibili con l’esigenza di protezione ambientale. Si fanno gli esempi del Pizzo delle Cervaiole, all’interno del Parco Alpi Apuane, in cui è stata consentita l’estrazione del marmo nonostante si tratti di una zona a 1.200 metri d’altezza. E poi del poligono di tiro alla foce del Serchio: un caso curioso, in cui si dice che l’attività può essere esercitata per motivi di sicurezza a dispetto delle nidificazioni di alcuni uccelli.
Comunque, quello che in conclusione i locali chiedono - in attesa di una modifica delle norme, obiettivo ancora lontano - è una specie di tregua. Qualcosa che convinca, come spiega l’avvocato Di Rosa, «i funzionari pubblici a non agire con il solo scopo di pararsi le spalle dalle azioni della magistratura». Nel frattempo, però, i giorni di chiusura o di rallentamento dell’attività pesano. «Non siamo disposti a morire per chissà cosa - conclude la Giampaoli - se non ci vogliono lo dicano, ce ne andiamo».
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