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Il dolore di Sant’Anna nella voce del bimbo scampato alla strage
Il superstite Enio Mancini affida a un libro le sue memorie «Nascosti nelle grotte a seppellire bambini e genitori»
STAZZEMA. Enio Mancini finalmente potrà liberare l’urlo disperato uscito dalla carne delle vittime innocenti di Sant’Anna. Un grido di vendetta e rabbia per lungo tempo trattenuto, che ha faticato a diffondersi da quel piccolo borgo sulle montagne stazzemesi.
Ma oggi, grazie al primo libro scritto da chi è stato testimone ed è sopravvissuto alla strage del 12 agosto del ‘44, quelle voci potranno essere udite e il loro dolore fissato sulla carta in maniera indelebile.
Per 40 giorni dopo la strage nazifascista, Enio Mancini, che all'epoca aveva sei anni - come racconta nel libro “Lo hanno fatto anche a te. Warum? I perché dell’Eccidio” che tra pochi giorni sarà nelle librerie - fu costretto a vivere con alcune persone nascosto in una grotta nei boschi. Cominciò così il calvario dei superstiti, già segnati dalle scene raccapriccianti a cui avevano assistito, e che ora dovevano restare nascosti in un anfratto come se fossero colpevoli di chissà cosa.
Il libro di Enio Mancini, che uscirà a breve, edito dalla Dissensi, è un racconto semplice, una narrazione orale che si limita a descrivere i fatti nudi e crudi di quella tragica mattina d’estate. Non c’è spazio per aggettivi o giri di parole nella testimonianza di Enio, che fa propri anche i contributi raccolti nel corso del tempo da altre persone: bastano i dettagli a catturare l’attenzione e a far leggere il racconto d’un fiato. Un ritmo incalzante, come quello con cui avvennero i fatti di Sant’Anna: tutto infatti accadde repentinamente, senza che i santannini e gli sfollati potessero capire cosa stava succedendo.
«Per tanti anni di S. Anna non se ne è parlato - ricorda Enio Mancini - neppure tra i banchi di scuola».
Ma Mancini ha sempre cercato di farne argomento di discussione con gli amici. «Era il tentativo di liberarmi da una cappa che soffocava sia me che gli altri superstiti - spiega con passione - per troppo tempo ci eravamo chiusi in noi stessi».
Solo nel 1971, secondo Mancini, si iniziò a vedere un po’ di luce, con la costituzione dell’associazione Martiri di S. Anna e l’arrivo della Medaglia d’oro al valor militare per Stazzema; poi ancora un decennio di silenzio, scrive nel libro, fino alla visita del presidente della Repubblica Sandro Pertini.
«La difficoltà - prosegue l'autore - erano stati gli ostacoli psicologici e le barriere sociali, oltre al silenzio istituzionale che fino a quel periodo c’era stato».
Di sicuro per i superstiti non fu facile superare il trauma. Enio Mancini nel suo libro descrive cronologicamente, borgo per borgo, il passaggio dei nazifascisti che lasciarono dietro di loro soltanto terra bruciata e 560 vittime.
C’è chi vide morire tutta la propria famiglia in un batter d’occhio. E quello che rimase di Sant’Anna era solo odore di carne umana carbonizzata e tanta disperazione. Toccò agli uomini, nascosti nei boschi perché considerati a rischio rastrellamento, il terribile compito di seppellire i propri cari: in maggioranza donne e bambini.
Enio fu tra i pochissimi fortunati a salvarsi insieme alla propria famiglia e visse a Sant’Anna fino all’età di 13 anni.
Ma ci fu da aspettare il 1991, quando una legge regionale stabilì un sostegno economico per il sostentamento delle attività di diffusione della memoria storica: «Da allora cominciò, a piccoli passi, il recupero della Memoria collettiva», scrive Mancini.
«Il titolo ha una doppia valenza: “Lo hanno fatto anche a te” poiché credo – commenta l’autore - che sia stato un crimine che appartiene all’umanità intera. Inoltre ci sono sempre state due domande ossessionanti: chi era stato e perché lo aveva fatto (per l’appunto “Warum?”, che significa “perché?” in tedesco). La prima domanda è stata ben sciolta dal processo al tribunale militare di La Spezia conclusosi nel 2005, mentre il perché di questa crudeltà e di questa strage assurda è un quesito che mi ha tormentato per un'esistenza».
E per Mancini questa domanda non ha una risposta, e se c’è non è senz’altro solo una. «Come si fa ad uccidere un bambino? Come si fa a considerarlo un pericolo?», si domanda Mancini.
Ci sono due episodi nel testo che sono emblematici dell’oscurità di queste azioni cruente, forse nascosta nell’animo umano dei singoli individui. Il primo è quello compiuto dopo l’eccidio sulla piazza della chiesa, «il gesto più infamante che un essere umano possa fare» raccontato da Elio Toaff, rabbino emerito della comunità israelitica di Roma che era sfollato in zona. Si tratta dell’assassinio di Evelina, una giovane madre che aveva le doglie quella mattina del 12 agosto: le fu squarciato il ventre con un coltello, il bambino appena nato venne ucciso con un colpo di rivoltella e messo in braccio alla madre che poi fu uccisa a sua volta.
L’altra storia è quella di Aleramo Garibaldi, uno dei fascisti che partecipò alla strage che in seguito venne riconosciuto da una donna di Sant’Anna e arrestato.
Garibaldi a dire di molti storici è una delle figure più ambigue e oscure tra quelle finite nei resoconti del massacro.
«Tra le vittime della strage di S. Anna - racconta Enio Mancini - furono ritrovati anche sua moglie e due sue bambine, per questo venne subito scarcerato. Infatti aveva raccontato che era stato costretto a collaborare; tuttavia questa versione non torna, dal momento che quasi tutti quelli che erano stati costretti ad aiutare i soldati furono uccisi in fondo a Valdicastello». Paese a valle di Sant’Anna, dove dal ’64 ha vissuto anche Enio Mancini lavorando nelle miniere vicine. «Più avanti - continua il racconto del superstite - si seppe che Aleramo Garibaldi aveva un lasciapassare tedesco che gli permetteva di circolare liberamente». Insomma, un personaggio che si muoveva in una zona grigia e il cui ruolo non è ancora stato chiarito a fondo.
Nonostante tutto quello che gli è accaduto Enio Mancini non ha mai smesso di credere negli uomini.
Forse perché se è vivo è proprio grazie alla bontà di una persona, un giovane soldato tedesco, che lasciò fuggire il piccolo, sua madre ed altre donne, fingendo di ucciderli e sparando a vuoto verso l’alto. Ma gli amici più cari di Mancini sono rimasti su quelle colline, 68 anni fa: Velio e Wilma, con cui era solito giocare sulla piazza della chiesa, e ai quali oggi ha voluto dedicare questo libro. Una foto mostra i ragazzi di Sant’Anna che giocano in piazza, pochi giorni prima della strage. La crudeltà delle SS strappò la vita a quasi tutte le persone presenti nella foto. Nel libro si parla anche di quei ragazzi.
Si tratta d un libro nato per caso, e soprattutto perché l’editore della Dissensi, Gianluca Ferrara, è riuscito a convincere Mancini, che più di una volta aveva già rifiutato offerte del genere. “Lo hanno fatto anche a te” ha infine la prefazione di una giornalista tedesca importate, Christiane Kohl.
Fu grazie alla sua inchiesta del 1999, quando incontrò per la prima volta Enio Mancini, che affiorarono elementi nuovi sui crimini nazisti a Sant’Anna di Stazzema che portarono all’apertura del processo sulla strage.
Un capitolo del libro descrive la riconciliazione tra i superstiti, la Versilia in generale, e i tedeschi, avvenuta gradualmente e che ha dato vita a belle amicizie.
«Fu nel 1971 che venne cambiata la lapide sul monumento sepolcrale dell'ossario - afferma Mancini parlando del cambiamento di attitudine da parte di chi ha subito quel trauma profondo e nel tempo ha dovuto imparare a perdonare - da allora, su quella lapide, comparvero anche le parole Amore e Perdono. Si sa, d'altronde, che il tempo lenisce le ferite, anche le più gravi come queste...».
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