Italia
I 50 anni da prete di Antonio Tigli sul solco di don Sirio
Il parroco di don Bosco racconta la città che cambia «La fede a Viareggio? È stagionale come il lavoro...»
17 marzo 1963: terza domenica di Quaresima. 17 marzo 2013: quinta domenica di Quaresima. Nel mezzo, cinquanta anni di vita dedicata a Dio, alla Chiesa, ai fratelli. Una vita sacerdotale quella di don (anzi, monsignor) Antonio Tigli, consumata – salvo una parentesi romana – tra Viareggio, sua città nativa, e Lucca, sede della diocesi.
Cinquant’anni sono trascorsi da quella prima Messa celebrata nella chiesa di San Paolino, che ha segnato l’inizio di un lungo percorso pastorale che ha portato don Antonio prima a Bozzano, poi a Viareggio alla parrocchia del Don Bosco, quindi a Lucca - viceparroco a Sant’Anna, insegnante di religione e assistente diocesano dell’Azione Cattolica - successivamente a Roma, e ancora a Lucca per tornare definitivamente nella sua città, ancora alla chiesa di Don Bosco, nel 2005 dove stamani festeggerà con la sua famiglia d’origine e quella d’adozione – la comunità del Marco Polo - questo traguardo importante: le nozze d’oro con la Chiesa. Ma la storia pastorale di monsignor Tigli muove i suoi passi molto prima.
Quando e come arriva la chiamata dall’alto?
«Già nella mia fanciullezza. La mia famiglia si trasferì subito nel dopoguerra, tra il '46 e il '47 a Lido. Cominciai a frequentare la parrocchia di Cristo Re al Secco e lì feci i primi incontri con catechisti e sacerdoti: persone che, con il loro modo di essere, di vivere e di parlare, mi affascinarono. Con l’ingresso alla scuola media iniziai seriamente a pensare, ovviamente nei modi e nelle forme in cui può pensare un bimbo di 11-12 anni, di diventare sacerdote».
C’è stata nel suo percorso una figura di riferimento?
«Ci sono state tante figure di giovani sacerdoti dei quali ho cercato di vedere i pregi e anche i difetti nella speranza di far tesoro dei primi e non riproporre i secondi; ho avuto un padre spirituale fin dai primi anni, ma un vero punto di riferimento è stato don Sirio Politi per quel suo impegno diverso, quel suo modo di occuparsi e confrontarsi con la realtà in maniera diretta. E poi l’attenzione per le missioni: una sensibilità - quella verso la povertà, la malattia, il disagio - che ho sempre avuto e che in età più avanzata mi ha portato in Africa e in Brasile. Luoghi dove ho toccato con mano la sofferenza e le difficoltà ma dove ho constatato anche i valori, la gioia di essere cristiani, l’impegno serio di essere testimoni, la carica morale».
Contesti di grande povertà, eppure situazioni difficili si stanno creando anche vicino a noi, nella nostra stessa città: come l'ha vista cambiare in questi 50 anni ?
«In realtà di questo mezzo secolo di sacerdozio, 35 anni li ho trascorsi a Lucca, quindi dopo i primi anni di lavoro a Viareggio avevo allentato inevitabilmente i rapporti con le persone e il territorio. Mi era rimasta impressa l'immagine di una città allegra abitata da gente contenta, soprattutto in estate, capace di coinvolgere in questo clima anche i tanti ospiti. Tornando nel 2005 ho trovato una realtà molto diversa e ho dovuto ridimensionare questa immagine. Lo stesso Marco Polo, dove ero stato 30 anni prima, si è mostrato diverso: la popolazione invecchiata, la partecipazione in chiesa diminuita, l'ambiente trascurato. Ho trovato una città non curata, sia sul fronte dell'estetica, sia su quello dell'accoglienza, una città dove non c'è più il lavoro, dove si è persa l'attenzione alle persone, soprattutto ai giovani. Una città che sembra non avere più la preoccupazione di incentivare le sue risorse, ma di andare avanti per inerzia. Famiglie e giovani sono le fasce più provate: manca l'idea di investire per uno sviluppo possibile».
E pensare che il Marco Polo non è l'ultimo dei quartieri. È sempre stato considerato un po' d'élite...
«Non è così: è un quartiere invecchiato, spopolato, con case vuote o fatiscenti, con famiglie in situazione di disagio che vivono il problema della disoccupazione. Anziani affidati ad estranei perché mancano i servizi. Una decadenza inarrestabile anche sotto il profilo strutturale: vedi le pinete, le strade. Come l’intera città, sembra non esserci governo»
Da dove si potrebbe ricominciare?
«Dall'idea che non si deve sopravvivere, ma costruire impostando nuove politiche per le famiglie, per l'istruzione dei ragazzi, per creare occupazione, per un volontariato più professionalizzato. Inventare una ricetta nuova, non percorrere sempre lo stesso solco. Anche il Carnevale è una scena di teatro che si ripete sempre uguale e che avrebbe bisogno di novità».
Il Carnevale è sempre stato un po' una spina nel fianco, dall'altare qualche strale verso il baccanale non è mancato in questi anni...
«In realtà al Carnevale sono sempre andato e mi sono sempre divertito. Ma quando penso che tutto l'anno ci si concentra su questa manifestazione solo in senso utilitaristico pensando a guadagni e profitti in termini di cene, budget, stipendi piuttosto che da quello ludico-artistico, mi sdegno».
Anche dal punto di vista della fede, il Carnevale, che tutti gli anni “sfonda” in Quaresima inoltrata, non è ben visto dalla Chiesa …
«Del resto a Viareggio la fede è stagionale come il lavoro: si concentra nei mesi invernali e in una porzione di primavera, poi in estate va in vacanza. A Carnevale è lo stesso, la domenica mattina si va alla Cittadella a veder uscire i carri, il pomeriggio al corso, poi troppo stanchi per andare a Messa. Per il resto si registrano i fenomeni che compaiono un po' ovunque: si battezzano i bambini, si celebrano pochi matrimoni religiosi, poca partecipazione ai sacramenti».
Come può rispondere la Chiesa in questa fase di grande rivisitazione a tutto campo, alle nuove realtà e ai nuovi bisogni del suo popolo?
«Con l'ascolto. La Chiesa non deve urlare più degli altri per farsi intendere, ma mettersi in ascolto come 50 anni fa ci ha detto il Concilio Vaticano II. Ascolto che non è giudizio, che non è rifiuto, che non è neanche accettazione di tutto: è meditazione, riflessione, accoglienza. Serve umiltà e carità: oggi la gente non trova nella Chiesa persone che accolgono ma è quello che Gesù ha fatto mettendo prima di tutto i poveri, i separati, i divorziati, gli ex carcerati, gli omosessuali. Purtroppo tra le fila non si trovano esempi eccellenti: anche tra sacerdoti e credenti albergano purtroppo ipocrisia, doppia vita, oggettivazione di se stessi esistono anche in coloro che per scelta e vocazione dovrebbero essere esemplari».
È anche per questo che l'ormai Papa emerito Ratzinger con le sue dimissioni ha lanciato la sfida alla Chiesa?
« Ho sempre ascoltato volentieri Benedetto XVI ritenendo che l'aspetto più grande del suo pontificato fosse stato, lui Papa teologo, di parlare in modo accessibile e di essere un Papa pastore. Mi sono dispiaciuto per le dimissioni ma le ho comprese pensando, anche alla luce delle mie disavventure di salute, quanto sia difficile gestire una parrocchia, figuriamoci la chiesa del mondo intero...»
Quando ne parliamo è mercoledì 13, sono quasi le 19 e i 115 cardinali sono riuniti in conclave per l'elezione del successore di Benedetto XVI. Non lo sappiamo ancora, ma la fumata bianca è alle porte. Proviamo a dare un volto al possibile nuovo Papa: non giochiamo al toto nomi ma a tracciare un profilo di quello che per don Antonio Tigli dovrebbe essere la guida ideale del popolo cristiano. «Un uomo dai nervi saldi, che si prenda un periodo assai lungo in cui azzerare tutte le cariche ecclesiastiche, lavorando piuttosto con un gruppo di persone qualificate ed eterogenee con cui costruire un piano di lavoro e iniziare un discorso di collegialità, non disdegnando l'apporto del mondo vescovile e laico. Non più un Papa nel Palazzo e una Curia che due piani più sotto, faccia cammini personali. Auspico una persona di grande intelligenza, di senso pratico, di grande spiritualità che possa dare una nuova impronta al papato, consapevole che questa Europa è sempre più vecchia e che il discorso religioso si sposterà in altri continenti come già l'America Latina».
Quasi una profezia. Qualche minuto dopo, infatti, l'annuncio della fumata bianca. Poi l'”affaccio”: il Papa è argentino e si chiama Francesco, ovvero il simbolo della povertà. La Chiesa ricomincia da lui.
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