Morì dopo l’intervento, medici giovedì in Senato
Marcello Manfredi ha combattuto 13 giorni dopo l’operazione all’addome Sassoli, Arganini e Buzzigoli davanti alla commissione d’inchiesta sulla sanità
VIAREGGIO. Morì il 26 marzo scorso all’ospedale Versilia dopo due operazioni all’intestino, una delle quali eseguita per riparare al danno provocato - così si disse - dai punti che non avevano tenuti. Ora (giovedì) il caso arriva davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale, presieduta da Ignazio Marino. Per il decesso di Bruno Manfredi, 77 anni, in un primo momento si puntò il dito sul malfunzionamento di una suturatrice, apparecchio meccanico per dare i punti. La Procura di Lucca (pm Antonio Mariotti) aprì un’inchiesta dopo l’esposto dei familiari assistiti dall’avvocato Antonio Iascone: 37 gli avvisi di garanzia per medici dell’Asl Versilia e tecnici della multinazionale produttrice della suturatrice.
Davanti alla commissione saranno ascoltati l’ex direttore generale della Asl, Giancarlo Sassoli, in carica all’epoca dei fatti ed i due primari, quello di chirurgia, Marco Arganini, e quello di rianimazione, Stefano Buzzigoli. Proprio Buzzigoli, nella richiesta di riscontro diagnostico successivo al decesso del paziente, appuntò di aver «effettuato la segnalazione al ministero della sanità per il malfunzionamento suturatrice meccanica nel primo intervento».
Un malfunzionamento che, però, la stessa Asl - nella relazione inviata alla commissione presieduta da Ignazio Marino - non ha indicato. Così come niente si rileva nei report redatti dai medici dopo il primo inetervento chirurgico. Lo stesso Giancarlo Sassoli, alcuni giorni dopo l’apertura dell’inchiesta da parte della Procura dichiarò: «Non ci sono stati problemi con la suturatrice della Johnson&Johnson». Intanto, però, il ministero aveva provveduto a ritirare la strumentazione, difesa dalla casa produttrice, un cui tecnico era presente all’intervento chirurgico.
Nessuna certezza, dunque, sull’aspetto “meccanico” della vicenda. Ma dalla storia ospedaliera di Manfredi appare chiaramente che l’uomo, dopo la prima operazione, stava male. Tanto che la giornata post operatoria del 13 marzo inizia e si conclude con il paziente che lamenta dolore alla ferita, non urina., è fortemente agitato per tutta la giornata. Fino a che, alle 2,30 della notte, Manfredi accusa un brusco calo della pressione arteriosa tanto da far sospettare un’embolia polmonare. Ricoverato in rianimazione un’ora dopo, bisognerà attendere mezzogiorno del 14 marzo perché un medico - per la prima volta dopo l’intervento - esamini l’addome del paziente. Quando si decide per la nuova operazione sono passate dieci ore dal ricovero in rianimazione. Quando l’addome di Manfredi viene riaperto, siamo in piena «peritonite , acuta, diffusa».
In tutto questo percorso clinico on risulta alcun riferimento messo nero su bianco a problemi riscontrati con la suturatrice in sala operatoria.
Il 26 marzo, alle 11,45, Manfredi muore dopo un’agonia lunghissima per «insufficienza multiorgano in shock settico da complicanza post operatoria».
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